Il secolo breve: storia della viticoltura in Italia

Qual è la vera storia della viticoltura italiana? Quando questi prodotti del nostro paese sono diventati fondamentali per la nostra economia e le autorità li hanno iniziati a tutelare? Oggi ne abbiamo parlato con l'esperto Sabino Genovese.

Vino e business: qual è la storia della viticoltura in Italia
Viticoltura in Italia: ecco la storia con i tratti principali di uno delle attività più importanti per il nostro paese e che lo ha reso celebre anche all'estero.


4' di lettura

Il mondo del vino è in continua evoluzione, sin a oggi attraversato da diverse fasi di crisi e ricrescita, e sempre più italiani si stanno appassionando a questo mondo.

In media un italiano su tre segue un corso per approfondire di più le proprie conoscenze, non dimentichiamoci però delle tantissime persone che si occupano della comunicazione del vino italiano nel mondo attraverso le diverse piattaforme social. Ma qual è la storia della viticoltura italiana? Scopriamolo insieme.

La storia del vino italiano

Con la fine della seconda guerra mondiale iniziò per la viticoltura italiana una fase di imponente crescita produttiva. In medie decennali, i dati Istat testimoniano il duplicamento dei quantitativi prodotti, con il passaggio dai 36 milioni di ettolitri medi annui degli anni Quaranta, ai 72 milioni degli anni Settanta.

L’incremento risultò particolarmente rapido nel primo quindicennio. Accanto alla ricostruzione post-bellica e alla ripresa della domanda, ciò fu soprattutto la conseguenza di una politica di settore ispirata da principi ancora una volta eminentemente “quantitativi”, in questo senso poco in linea anche rispetto ai seppur tardivi indirizzi del governo fascista, con la preferenza accordata a vitigni a forte rendimento e a bassa intensità di cure, e con una spinta alla meccanizzazione degli impianti attraverso la realizzazione di sistemazioni più adatte.

Si trattava, anche in questo caso, di logiche e processi non diversi da quelli che stavano interessando l’agricoltura nazionale nel suo complesso. Il contesto di forte incremento quantitativo, ma di prezzi del vino che calavano (con la breve eccezione del periodo 1954-59), non escluse peraltro la forte incidenza dei processi di abbandono degli spazi viticoli, soprattutto laddove inseriti in quadri locali di forte emigrazione e di conseguente svuotamento delle campagne.

La svolta degli anni Sessanta e Settanta

Il fenomeno, destinato a mantenersi sino a tutti gli anni Sessanta, e in alcuni casi anche oltre, comportò la sostanziale scomparsa della viticoltura promiscua e, seppure non ovunque, la sua sostituzione con impianti specializzati. Soprattutto in Toscana, questa evoluzione si accompagnò all’estinzione della tradizionale figura del mezzadro (e conseguentemente a quella del proprietario concedente) a cui era legata, a doppio filo, buona parte della viticoltura della regione.

Segnali di svolta nelle tendenze generali si ebbero a partire dagli anni Sessanta, caratterizzati dalla stazionarietà delle superfici vitate, attestate durante il decennio poco sopra il milione di ettari, e da un assestamento dei quantitativi prodotti (pur con le consuete oscillazioni interannuali).

Nel decennio successivo si registrerà però un’ulteriore impennata della superficie coltivata, che raggiungerà il proprio apice assoluto nel 1976, con 1.238.000 ettari. Accanto a ciò, proprio a questi anni si riconducono alcuni fatti che segneranno il futuro della viticoltura italiana e della sua immagine, sul mercato interno e su quello estero.

La tutela dei prodotti

Primo fra tutti, la legge, del 1963, che sancì la nascita delle Denominazioni di Origine (DOC), anche se bisognerà attendere un altro triennio per i primi, concreti riconoscimenti (1966). Tale disposizione trovò peraltro origine in un più ampio contesto destinato a interessare il settore vitivinicolo dell’intera Europa comunitaria, a partire dai contenuti del Trattato di Roma del 1957 e dalle successive convalide nella norma del 1962. Parallelamente, proprio di questo decennio è l’emergere di alcuni prodotti italiani destinati, nei decenni successivi, a indubbi successi commerciali.

È il caso, soprattutto, del “Franciacorta” (1961) e dell’affermarsi, sul finire del decennio, del fenomeno dei “Supertuscan”. Complice l’intervento sempre più sostanziale delle politiche comunitarie, anche questa fase appare però influenzata da indirizzi contraddittori, tesa tra deboli segnali premiali della qualità e il mantenimento di un modello prevalentemente “quantitativo”, o almeno non indirizzato a un contenimento produttivo coerente con un mercato interno in contrazione.

Accanto alla considerazione degli aspetti politici – di politica nazionale prima, comunitaria poi e in seguito anche del più generale quadro internazionale – la comprensione dei processi di sviluppo della vitivinicoltura nazionale nell’ultimo cinquantennio non può non considerare il suo motore principale, quello dei consumi, sia da un punto di vista quantitativo, sia sotto l’aspetto della qualità, legato alle trasformazioni del gusto. In Italia, in linea con le tendenze europee, i consumi pro-capite di vino hanno fatto registrare negli ultimi decenni una costante diminuzione, a scapito soprattutto delle produzioni meno pregiate.

Le restrizioni alla costituzione e alla ricostruzione dei vigneti intervenute con il regolamento comunitario 822 del 1987, recepiscono, seppure con grande ritardo, questa tendenza.

Sta di fatto che, giusto a partire dal 1988, anche in Italia la produzione complessiva ha preso rapidamente a diminuire (con un’improvvisa caduta proprio quell’anno). Con i suoi quarantanove milioni di ettolitri prodotti nel 2019 l’Italia rappresenta oggi circa il 30% della produzione vinicola mondiale.

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