Strage A16. “Il proprietario sapeva: sul bus nessun controllo”

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Il proprietario sapeva che il bus non sarebbe stato davvero controllato. Questo quanto emerge dalle motivazioni della sentenza di primo grado, che ha portato alla condanna di 12 anni per Gennaro Lametta, titolare del pullman precipitato dal viadotto Acqualonga, sull’autostrada A16 Napoli-Canosa nel territorio di Monteforte Irpino in provincia di Avellino, il 28 luglio del 2013.

(Qui trovate i motivi che hanno portato all’assoluzione dei dirigenti di Autostrade).

Strage bus: Lametta era consapevole

Il giudice presso il tribunale di Avellino, Luigi Buono, scrive: “Non è credibile che Gennaro Lametta, a prescindere da chi si sia occupato materialmente della pratica di revisione delll’autobus, non fosse stato consapevole del fatto che non fosse stato eseguito un effettivo controllo delle condizioni”.

Bus che, secondo quanto accertato dai consulenti della Procura di Avellino, aveva percorso quasi un milione di chilometri, aveva pneumatici usurati di tre marche diverse, sistema frenante che funzionava solo al 70 %, vi erano inoltre tracce pesanti di ruggine sulla carrozzeria e la valvola a quattro circuiti non funzionava. E – per realizzare interventi necessari a superare la revisione – sarebbe stata necessaria una spesa fra 12400 euro e 17400 euro

E proprio intorno ai pagamenti della revisione ruota parte della sentenza.

Gennaro Lametta, per Buono, era infatti “consapevole della esiguità (dei costi affrontati per la revisione) rispetto alla spesa necessaria per porre in condizioni di sicurezza l’autobus”. Anche perché i soldi dell’intervento sarebbero solo stati anticipati dal fratello Ciro, che guidava il pullman precipitato dal viadotto dell’Acqualonga ed è deceduto nell’incidente.

E anzi proprio Gennaro Lametta – ribadisce Buono – sapeva che “l’autobus non sarebbe stato controllato, ma avrebbe egualmente conseguito, grazie a funzionari della motorizzazione civile disposti ad attestare il falso, il tagliando da apposto sulla carta di circolazione.”

Strage bus: nessun controllo eseguito

Otto anni di reclusione sono stati inferti lo scorso 11 gennaio proprio alla dipendente della Motorizzazione civile di Napoli, Antonietta Ceriola, a fronte di una richiesta di 9 anni. 

Il giudice nella sentenza spiega come “nessun controllo era stato eseguito alle condizioni del bus”, così come è mancata una revisione annuale, eppure “fu inserito nel sistema automatico un report contenente di dati dell’autobus e l’attestazione dell’esito positivo della revisione”.

Una fantomatica revisione che era finita anche nel mirino delle indagini della polizia stradale di Avellino Ovest, guidata dall’ispettore Oreste Bruno. Accertamenti che hanno chiarito come, rispetto alla revisione inserita il 26 marzo 2013, non fu rinvenuta presso la Motorizzazione Civile di Napoli alcuna attestazione fiscale. Che consiste nel pagamento della tassa governativa di 45 euro, che va apposta sulla parte del modello.

Proprio per il pullman coinvolto nell’incidente, a differenza di altre quattro revisioni del 26 marzo 2013, fu rinvenuto con altri fogli di prenotazione un modello TT2100 di colore giallo, non più in uso in quella motorizzazione. E con una data di prenotazione che risaliva addirittura al 19 marzo 2012, più di un anno prima della presunta revisione su cui era apposta una marchetta operativa, che era risultata già utilizzata in precedenza per la revisione di un semirimorhcio, con i dati dell’autobus, il chilometraggio, la data della revisione, l’attestazione dell’esito regolare della stessa e la presunta firma dell’operatore Vittorio Saulino. Il cui avvocato, Antonio Rauzzino, ha dimostrato l’estraneità ai fatti ottenendo un’assoluzione piena.

Le conclusioni della polizia stradale e del personale della Motorizzazione Civile di Napoli, che si era poi occupata degli accertamenti, è che il modello sia stato confezionato dopo l’incidente per far apparire realmente eseguita la revisione, che risultava attestata dal tagliando presente sulla carta di circolazione.

“Le condizioni del bus – scrive Buono – come accertato dagli agenti erano incompatibili con un superamento di una regolare visita di revisione che sarebbe stata svolta quattro mesi prima”, ma soprattutto c’era una discordanza tra i dati inseriti nella Banca Dati Informatica e la documentazione acquisita presso ma MCTC di Napoli che evidenziava il regolare svolgimento di 21 revisioni eseguite il 26 marzo 2013 al fronte delle 26 inserite.

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