«Per rilanciare il Paese tagliamo i salari al Sud»

Lo ha dichiarato il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. Un ritorno alle vecchie gabbie salariali, quelle che hanno contribuito a dividere in due l'Italia e che, proprio per questo sono state eliminate nel 1969. Riproporle oggi, in un mondo globale e digitale, non solo è anacronistico, ma anche pericoloso. E segnala la limitata visione del Paese e del futuro del rappresentante degli industriali italiani.

«Per rilanciare il Paese tagliamo i salari al Sud»
Il presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha espresso la sua proposta per rilanciare il Paese: tagli ai salari dei lavoratori del Sud un ritorno alle gabbie...
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Rilanciare il Paese dopo la crisi del coronavirus? Semplice: salari più bassi al Sud e più alti al Nord. Ovvero il ritorno della gabbie salariali che riporta l’Italia agli anni ’60. La proposta non l’ha formulata un leghista della prima ora o un economista creativo della Val Brembana, ma il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. Concetto espresso, e con convinzione, durante la rassegna «Futuro 2020», organizzata dalla Cgil. All’incontro, oltre al numero uno degli industriali italiani c’era il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini.

Una vecchia è sepolta proposta

La proposta di Bonomi sembra essere uscita da un vecchio cilindro. Che si basa – tanto per dirne una – sul supposto costo della vita, che sarebbe più basso nel Mezzogiorno. Dimenticando che il Sud ha disagi che causano, anche a livello economico, problemi ai meridionali: dalla sanità (e non costano forse i cosiddetti viaggi della speranza?), al trasporto pubblico, alle infrastrutture, ai servizi.

Salari più bassi al sud e riparte il Paese…

«Siamo una nazione ferma da venticinque anni sulla produttività – ha dichiarato Bonomi -. Il Paese non è omogeneo nelle sue caratteristiche di produttività, tra Nord e Sud esistono delle differenze. Risultato? La contrattazione centralizzata anziché mantenere una minor differenza finale, nella realtà colpisce molto il salario reale. Ho sempre sostenuto che lo scambio deve essere salario-produttività e non salario-welfare».

E la produttività vorremmo ricordare al presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, non è legata anche a una rete di infrastrutture e trasporti più efficiente? Piuttosto che imporre le gabbie salariali, che di fatto spingono l’Italia meridionale a una ulteriore irrilevanza, non sarebbe meglio aumentare la produttività del sud con quello che serve?

Sempre l’esempio tedesco, ma l’Italia non è la Germania

Come al solito si ricorre all’esempio della Germania per dimostrare certi ragionamenti, dimenticando tutta la serie di differenze che a livello economico e sociale ci separano dai tedeschi.

«In Germania – ha aggiunto Bonomi – hanno lasciato la possibilità di una contrattazione molto forte di secondo livello legata alla produttività territoriale e questo ha permesso loro di avere una capacità di reddito parametrata alla produttività di territorio e quindi di avere una capacità di economia reale molto più forte della nostra».

Un drammatico errore strategico

Come detto le gabbie salariali sono un salto nel passato che ha alimentato la divisione nel Paese e accresciuto la distanza economica tra il meridione e le regioni settentrionali. Nel 1969 sono state abolite proprio perché non potevano esistere due Paesi: uno che viaggiava verso l’Europa più evoluta e l’altro che arrancava come fosse ancora nel dopoguerra. Riproporle oggi, in un mondo globale e digitale, dove è più semplice per una azienda meridionale imporsi sui mercati internazionali, non solo è un errore strategico estremamente grave, ma anche un’idea anacronistica. E costringe a porsi domande sulla visione dell’Italia che hanno i nostri industriali, dei quali Bonomi è rappresentante. Se è questa, e resta cioè una visione ancorata a un’idea strettamente territoriale, del tutto indisponibile a ridurre le differenze tra Nord e Sud, anzi pretende di ampliarle, beh, allora siamo messi davvero male.

Piuttosto con i fondi del Recovery Plan…

Il Paese o cresce insieme o non cresce. E tagliare gli stipendi al sud (e solo al sud), non farebbe che divaricare ancora di più la forbice economica che l’Italia non può più permettersi. Andrebbe, oltretutto, a svantaggio anche del settentrione: un sud più povero renderebbe ancora più fragile il principale mercato di tante aziende della Lombardia e del Triveneto.

Piuttosto – come ricorda il Messaggero – in una fase come quella attuale, l’accesso ai fondi europei del Recovery Plan dovrebbe essere, e finalmente, l’occasione per ridurre il gap di infrastrutture e servizi pubblici che è il vero e più grande limite del Mezzogiorno.

Per battere il Covid investire sul lavoro

Il segretario della Cgil, Maurizio Landini, non è certo d’accordo con Bonomi.

«Insisto sui contratti nazionali – ha dichiarato – non perché siano alternativi alla contrattazione aziendale ma perché nel nostro Paese noi siamo fatti anche di tante piccole medie imprese e il contratto nazionale rimane lo strumento che è in grado di dare risposte a tutti e di alzare e unificare il livello di qualità in senso generale. Tra quest’anno e il prossimo ci saranno dodici milioni di lavoratori pubblici e privati alle prese con il rinnovo del contratti. È ora di investire sul lavoro per battere il Covid-19».

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