Tassa rifiuti 2019, come pagare meno: non è più una chimera

4' di lettura

In questo nuovo appuntamento con la rubrica, “Il Diritto e il Rovescio“, parliamo di Tari. Come pagare meno l’odiata e spesso (sempre) contestata tassa sui rifiuti. Una sentenza della sezione Tributaria della Corte di Cassazione ci viene in aiuto. La tassa, in alcuni casi, può essere ridotta fino al 60%. Scopriamo quali con l’avvocato Gerardo Di Martino del foro di Avellino.

diritto e rovescio con fondo bianco

dell’avvocato Gerardo Di Martino – Eh si. E’ proprio vero. La strana inclinazione, tutta italiana, dalle venature tanto armoniose quanto arroganti, per la quale il corretto funzionamento dei servizi pubblici è presunto, può essere superata, addirittura vinta.

Lo so, vi suonerà inconsueto, “eppur si muove”.

Tassa sui rifiuti ridotta fino al 60%

Siamo abituati a pensare che le norme siano applicabili solo nella parte relativa alla imposizione, al comando, e dunque al pagamento, all’esazione. Quella residua, la più interessante, perché gravida di giovamento per il cittadino e di limiti per la pubblica amministrazione, è misconosciuta, quasi derelitta.

Chissà perchè….

Sta di fatto che la famigerata tassa sui rifiuti può veramente essere ridotta, addirittura del 60%.

Incredibile!

Ci ha pensato la sezione Tributaria della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22727 depositata qualche giorno fa (precisamente lo scorso 12 settembre), a darci la buona novella: il tributo sulla raccolta dei rifiuti solidi urbani è dovuto in misura non superiore al 40% della tariffa laddove non si sia svolto nella zona di residenza o di dimora o di esercizio dell’attività dell’utente, ovvero sia stato effettuato in grave violazione delle prescrizioni regolamentari relative alle distanze e capacità dei contenitori nonché alla frequenza della raccolta.

Tari: una sentenza storica per i contribuenti

Vi sembrerà inusuale l’applicazione tanto dirompente di una norma di favore per il contribuente, in una società che fa della autorità e della burocratizzazione stessa della pubblica amministrazione la sua anima.

Vi apparirà ancor più inconsueta, se pensate che a giovarsi dell’annullamento della cartella di pagamento è stata una ditta avente sede nel Comune di Napoli.

Una vera e propria boccata di ossigeno, quella che starete respirando in questo momento, nella impazienza di conoscere il caso e le condizioni legittimanti l’esenzione.

A fronte di una richiesta di pagamento della TARI per circa 50mila euro i giudici di primo e secondo grado ritenevano che la società alberghiera fosse riuscita a dimostrare la mancata erogazione del servizio da parte del Comune di Napoli nella zona interessata e che, dunque, la richiesta di abbattimento dell’importo dovuto per l’imposta dovesse essere accolta.

Ci ha poi pensato la Cassazione (con la sentenza sopra richiamata), non solo a confermare quanto già statuito dai giudici territoriali, per quanto ad aggiungere che l’imposta va decurtata anche in tutti i casi – e ve ne sono statisticamente in abbondanza – in cui il servizio sia stato erogato in violazione delle prescrizioni del regolamento di nettezza urbana, in particolare di quelle relative alle distanze ed alla capacita dei contenitori nonché ed alla frequenza della raccolta, allorquando l’utente non ne abbia potuto usufruire agevolmente.

Tari ridotta se c’è disservizio: lo “dice” la Cassazione

E le “strambate” della Corte Suprema non sono finite qua.

In un settembre anch’esso insolitamente caldo, i giudici della legittimità hanno resistito pure alle sirene della più classica, non per questo meno insidiosa, foglia di fico: “non può farsi diversamente”, sosteneva il Comune di Napoli, resistendo in giudizio.

La situazione è notoria, sbottava ancora l’Ente: il grave e perdurante disservizio nella raccolta e conferimento dei rifiuti che ha colpito la città non permette al Comune di assolvere a tutti i suoi tanti impegni.

La Corte regolatrice ha però rigettato le argomentazioni del soggetto pubblico, ponendo le basi per una applicazione pratica, anzi rigida e perciò solo al passo con i tempi, sempre più, della norma contenuta nel Testo Unico sul riordino della finanza locale: la possibilità per il contribuente di ottenere la riduzione dell’imposta in caso di disservizi – hanno scritto i giudici del massimo Consesso con una ulteriore stoccata – muove dalla necessità che l’utente usufruisca agevolmente del servizio pagato, senza che la pubblica amministrazione possa trincerarsi dietro la stessa causa del disservizio.

Tradotto: il disservizio, come ogni altra definizione, ha un solo significato. Non può, di conseguenza, militare, allo stesso tempo, a favore del cittadino per sostenere l’esenzione dal pagamento della imposta ed a sostegno dell’Ente, che quel servizio lo dovrebbe svolgere, come causa di giustificazione per non averlo erogato.

Tari, riduzioni e ricorsi

Finalmente!

Rimangono sul tappeto questioni ancora tutte aperte come la forbice temporale tra la cartella esattoriale del 2010 e la sentenza definitiva del 2019, esageratamente lunga, ingiustificatamente ampia, intollerabilmente reale.

Oppure, ancora, gli spazi di manovra, troppo ancora risicati, sulla necessità di dimostrare il disservizio, onere totalmente incombente in capo allo sventurato cittadino.

Ma può già andare bene così.

D’altronde si sa: il bicchiere è sempre meglio averlo mezzo pieno, soprattutto se a riempirlo è l’oste “pubblico”, abitualmente indolente, spesso cinico, a volte baro.

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