Terremoto Irpinia 1980: testimonianze e reportage dei più grandi giornalisti italiani

I grandi narratori così hanno raccontato i giorni del terremoto. Una preziosa raccolta curata da Paolo Speranza

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Quasi quaranta anni, un arco cronologico sufficiente per cominciare a riflettere con distacco e senso della prospettiva storica su un evento – il sisma del 23 novembre ’80 – che ha segnato in misura decisiva la parabola discendente della Prima Repubblica e, più in generale, la storia recente d’Italia.

Eppure il dibattito langue, coperto da una coltre d’oblio: che da un lato consente – nelle aree terremotate – una iniqua e rischiosa auto-assoluzione collettiva, senza distinzione di sorta tra gli amministratori onesti in trincea e i responsabili politici della malaricostruzione; e di riflesso determina – in Parlamento e nel paese – una rimozione assoluta delle questioni meridionali, sulla scorta di una lettura rozza e pregiudiziale della storia e della società del Sud d’Italia.

Per una riflessione collettiva di elevato profilo, allora, occorre ripartire dalle origini, da quella luminosa e poi tragica sera di novembre. E dai resoconti e dalle analisi “a caldo” che nei giorni dell’emergenza – e delle scelte per la ricostruzione – ci hanno consegnato alcuni dei maggiori intellettuali e scrittori, in uno slancio di mobilitazione e di impegno mai più eguagliato, forse, dal giornalismo italiano.

Nei loro reportage, negli editoriali o nei versi di una poesia (come quella di Domenico Rea) si può rivivere tutta l’atmosfera di quei giorni di dolore e di lutto, di confusione e di rabbia, ma anche di straordinaria solidarietà, di ansie di cambiamento, di dignità e abnegazione. E raramente gli autori finiscono per scivolare sul terreno insidioso della retorica: dai loro scritti, che pure riflettono l’ondata emotiva che nei giorni del sisma investì il mondo intero, trasuda l’indignazione per i ritardi e gli sprechi, ma la vis polemica non è mai disgiunta da un sentimento di rispetto e partecipazione nei confronti delle popolazioni ferite e da una capacità di analisi lucida e coraggiosa.

Molti di questi interventi, a rileggerli oggi, conservano intatta la loro forza di denuncia e insieme di proposta, prefigurando altresì, non di rado, gli scenari futuri. Neppure agli osservatori più critici, tuttavia, riuscì allora di immaginare il livello di corruzione e di malgoverno, di sperperi e di scempi ambientali, perpetrati negli anni ’80 da politici del Sud e imprenditori del Nord, da costruttori d’assalto e tecnici rapaci.

Ho visto morire il Sud”, scrive all’indomani del sisma lo scrittore italiano più famoso del tempo, Alberto Moravia.

Quel Sud invece, pur fra contraddizioni e ritardi, pagando prezzi altissimi, e perdendo in una nuova e silenziosa ondata migratoria molti dei suoi cervelli migliori, può ancora imboccare un percorso di rinascita e di sviluppo, valorizzando le energie più giovani, il recupero critico dell’identità culturale, le risorse ambientali ancora sottratte alla speculazione affaristica.

C’è tuttavia un Sud che, dopo il sisma, è scomparso davvero: quello della civiltà contadina, millenario retaggio dell’Appennino meridionale, impasto intrigante di dignità e di miseria, di fierezza e magìa; il Sud descritto ed amato da Carlo Levi e Pasolini.

Anche per questo, la mobilitazione collettiva degli scrittori ed artisti italiani in favore delle popolazioni dell’Irpinia, dell’Alto Sele e della Basilicata finisce per caratterizzarsi come l’ultima grande stagione della cultura meridionalista in Italia.

HO VISTO MORIRE IL SUD

di Alberto Moravia

Irpinia. L’elicottero è un mezzo noioso, si sta sospesi sul paesaggio come da un balcone semovente; ma è certamente un mezzo istruttivo. Dall’elicottero mentre voliamo verso l’Irpinia sconvolta dal terremoto, si può vedere quanto fitto e quanto delicato, appunto perché fitto, sia il tessuto di rapporti umani, sociali, economici e storici della nostra antica e disgraziata patria.

Qualsiasi trauma, viene fatto di pensare, potrebbe essere evitato in un paese come il nostro, tanto fragile e tanto fitto! Qualche volta i traumi sono prodotti dagli uomini: guerre, rivoluzioni, emigrazioni; qualche volta dalla natura stessa tutt’altro che domata nonostante l’antichità dell’insediamento umano: alluvioni, terremoti. L’elicottero sorvola una fila di grotte montuose, sbuca su una conca nel mezzo della quale si eleva una montagna boscosa di mediocre altezza. In cima alla montagna, però, in luogo del solito giuoco di dominio ordinato e intatto delle case di un paese, vedo come un’accozzaglia di nidi di vespa sfranti e sfondati, un grigio di polvere disciolta tra il quale emergono intelaiature in disordine dello stesso colore grigio polveroso. Guardo e cerco di capire, di riflettere; e ad un tratto la verità brutale ristabilisce il rapporto tra me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano; adesso sono macerie e sotto quelle macerie stanno sepolti gli abitanti, altrettanto invisibili che i morti di quel cimitero che vedo laggiù, con il suo recinto, e le sue file di tombe, i suoi cipressi.

Soltanto, un paese non è un cimitero; non può esserlo che in una o due terribili occasioni; e così comincia ad albeggiarmi nella mente l’orrore che vedo scoprendo e che ancora mi aspetta. L’elicottero descrive più giri intorno San Mango, il paese-cimitero; quindi punta al di sopra delle montagne verso altri disastri. Trasvoliamo alcune catene montuose, altrettante valli; ecco un abitato sparso su un monte articolato in diverse vette. Scendiamo in una cava abbandonata; appena siamo saltati a terra, ecco che ci viene incontro in forma di gruppo di uomini con la scoppola e di donne vestite di nero, il coro di questa tragedia paesana: «Qui nessuno ci aiuta, siamo abbandonati da Dio e dagli uomini, i Tedeschi, che sono Tedeschi, sono arrivati prima dei Salernitani; sulle strade fermano le ruspe per lasciar passare le macchine delle autorità; ci vogliono delle gru per tirar fuori i sepolti vivi ed invece ci mandano dei centri di rianimazione che per ora non servono a niente; in quei bar laggiù giocavano a biliardo, a carte, bevevano, chiacchieravano: tutti morti, settanta, ottanta; qui eravamo seimila, adesso siamo duemilacinquecento: gli altri o morti o sotterrati vivi; le quattro chiese: crollate; il municipio: crollato; la farmacia: crollata». E il sindaco dov’è? «Il Sindaco è morto».

L’audio terrificante del terremoto, registrato negli studi di Radio Alfa

Il discorso del coro colpisce per due motivi: da una parte si sente la rabbia di chi ha aspettato minuto per minuto, secondo per secondo, i soccorsi, prima con un sentimento di certezza, poi con speranza, poi con stupore, poi con incredulità, poi alfine con disperazione vera, assoluta e profonda; dall’altra parte, come dire, si avverte un’assuefazione fulminea e quasi compiaciuta all’orrore della situazione. Colui che risponde seccamente che il Sindaco è morto, poco dopo dice, facendo un gesto espressivo con la mano: «Adesso si vede chi ha rubato. L’ospedale nuovo, inaugurato l’altr’anno, è crollato, i malati sono morti gli infermieri sono morti, i medici sono morti. E perché sono morti? Perché c’è stato chi ha rubato sul cemento come il negoziante disonesto ruba sul peso». Nel discorso del coro, “morte” e “furto” vanno oramai insieme con “amore” oppure “passione” va insieme con “morte”; e ci vorranno molti sforzi e molta buona volontà per dividere di nuovo la parola terribile dalla sordida.

Siamo a Sant’Angelo dei Lombardi, il paese che adesso tra un finimondo di automobili, di autoambulanze, di camion, di ruspe, per una folla di terremotati e di fotografi tutti con il bavaglino sulla bocca, cerchiamo di perlustrare. I tratti vuoti e puliti d’asfalto si alternano a frane oscene e macerie che fanno pensare a ventri squarciati da cui siano scivolati giù fino ai marciapiedi ed oltre le interiora.

Ci inchiniamo a raccogliere sulle macerie un cassetto volato via da un comò è ancora pieno di fotografie di gente sorridente; notiamo automobili schiacciate, pestate, ridotte a fisarmonica e sgangherate; seguiamo per un po’ la ricerca dei morti e dei vivi fatta coi cani-lupi tedeschi guidati da soccorritori con rauche voci tedesche; finalmente ci fermiamo di fronte ad una rientranza del monte di macerie, in fondo alla quale una ruspa avanza e indietreggia accanendosi, tra il polverone e la folla, ad addentrare il magma della rovina. La solita voce del coro spiega dimessa, familiare e spietata: «Con la pala sfilata della ruspa c’è chi dice che hanno tagliato in due già due sotterrati che forse erano vivi. Là dentro i morti, con rispetto parlando, sono come i canditi del panettone. Guardate, guardate, eccone uno». Sì, effettivamente, i morti stanno nella maceria come un orrendo condimento a una pasta dolce. Eccone uno: tra il polverone e la folla, distinguiamo a metà altezza una testa, mezza spalla, un braccio tutto pesto di un colore grigio-ghisa, che sporgono immobili e rigidi dal magma polveroso. Intanto il coro continua: «Ce ne sono tanti sotto terra che sono vivi come noi qui fuori, ma ancora per poco. Si lamentano, chiamano e poi, alla fine, non dicono più niente».

I sepolti vivi! È uno degli incubi più terrificanti e sentiti, forse perché adombra il ritorno non voluto né previsto al ventre materno non più donatore di vita ma di morte, non più di luce ma di tenebre. Sui sepolti vivi c’è tutta una letteratura a cominciare dai racconti di Poe; tutta una aneddotica, a cominciare dall’episodio del cardinale morto da tre secoli il cui teschio, aperta la tomba, fu ritrovato che mordeva lo scheletro del pugno, nell’orrore di un risveglio che segnava l’inizio dell’agonia. Ma in questi paesi dell’Irpinia, forse a causa della loro assoluta e umile normalità rurale, l’orrore della sepoltura “in vita” si presenta con aspetti che si vorrebbero definire casalinghi. Si tratta infatti di povera gente murata viva di colpo mentre cucinava o guardava la televisione o chiacchierava nel salotto. La morte non li ha voluti “subito”, per un capriccio significativo ha voluto riservarseli per un futuro atroce al quale collaborassero l’imperizia, la imprudenza e la disonestà riunite.

Il discorso di Sandro Pertini nei giorni del terremoto dell’Irpinia

Eccoci a Lioni, dove atterriamo nel campo sportivo. Prima di tutto c’è una grande casa di sei piani, con tanti balconi, apparentemente intatta e abitabile. Ma dalle finestre si affacciano non già figure di donne incuriosite ma mucchi inerti di calcinacci. E, come su una faccia devastata da una malattia immonda, crepe nere e tortuose serpeggiano per l’intonaco bianco. Poi, ad una svolta, scorgiamo in una specie di anfiteatro di macerie, una folla immobile e silenziosa che guarda tutta quanta verso un solo punto.

Le macerie tra le quali si assiepa la folla sono tipiche del modo di costruire moderno. Le case erano tutte fabbricate col cemento e infatti si scorgono enormi blocchi bianchi dai quali si divincolano e si torcono per l’aria polverosi serpentelli di ferro. Il crollo si spiega, al solito, col furto: si è lesionato il ferro in mancanza del quale il cemento, diciamo così, diventa disarmato. Ma ora è proprio a questa modernità della costruzione che si debbono i numerosi sepolti vivi e si capisce anche perché: nelle vecchie case fatte di mattoni friabili e di piccole pietre, era difficile sopravvivere: lo sbriciolio della muratura impediva che si formassero delle cavità al tempo stesso ermetiche e vuote. In queste costruzioni moderne, invece, i blocchi di cemento, sovrapponendosi l’uno all’altro nel caos del crollo, queste cavità le formano in gran numero. Così i costruttori hanno fabbricato senza saperlo o meglio spesso sapendolo delle case facilmente convertibili in tombe.

C’è un silenzio profondo, di specie quasi religiosa, come una chiesa durante l’elevazione. Che sta succedendo? Stanno cercando di estrarre da una maceria un bambino che dovrebbe essere ancora vivo; la madre, viva, è stata salvata ora è poco. Guardo e vedo che pur nel disordine del disastro c’è una specie di ordine prodotto dalla circostanza. In prima fila ci sono coloro che si limitano a guardare. In seconda fila ci sono i soccorritori, quali in uniforme quali in camice bianco d’infermiere che aspettano di intervenire; in terza fila, nel punto in cui si scava per salvare il bambino, ci sono i congiunti e coloro che scavano. La casa in cui sta chiuso il bambino offre un esempio tipico di crollo attuale: un tetto intatto, tutto di cemento è piombato sulle macerie di tre piani sottostanti e distrutti, così da appoggiare praticamente quasi sul suolo. Tra questo tetto e il mucchio di macerie cioè tra un blocco e l’altro di cemento, si sono formate delle cavità e il bambino sta in una di queste.

I soldati, gli inservienti, i pompieri tirano fuori e gettano via alla rinfusa, chini e quasi carponi, libri delle elementari, bambole, cuscini, seggiole, matterelli di maiolica, cocci, stracci; ci si aspetta che da un momento all’altro, invece di suppellettili fracassate, estraggano il bambino, vivo e intatto, intanto un lupo poliziotto dei tedeschi entra ed esce inquieto e instancabile dal buco delle macerie; una voce di donna ripete a intervalli, con accorata ansietà: «Diego, Diego, Diego»; un’altra voce di donna grida qualche cosa in cui si alternano le parole “vivo” e morto”. Alla fine, tra la folla passa una barella e sventola per un momento un lenzuolo bianco: Diego è stato fatto uscire finalmente dalla tomba: ma non sapremo se è morto o vivo, per quanto ne domandiamo in giro. Già, perché il miracolo di Lazzaro è un fatto sicuro in quanto simbolico; ma l’analoga resurrezione reale a Lioni devastata dal terremoto resta un fatto ambiguo e incerto. Anche se, come speriamo, Diego era vivo.

Più tardi, mentre torniamo verso l’elicottero mi viene fatto di pensare: ecco, domenica scorsa alle sette e mezzo il fremito e il boato del terremoto hanno percorso questa regione, distruggendo, in un attimo sterminatamente lungo, intere comunità. Poco dopo, i telefoni e tutti gli altri mezzi di comunicazione erano bloccati; ma non tutti gli abitanti erano morti, e tra i vivi ci fu certamente qualcuno che aveva una macchina non distrutta e che si precipitò ad Avellino, a Salerno, a Napoli, a tutti i luoghi assai vicini. Si precipitò, annunciò, descrisse, chiese aiuti. Eppure, gli aiuti non vennero in tempo, vogliamo dire le ruspe e le gru che avrebbero potuto salvare tanti che erano ancora vivi sottoterra e poi invece hanno avuto una morte atroce nelle tenebre, nel gelo e nella ristrettezza di tombe improvvisate. Ora perché questo fatale e incredibile ritardo? Che cosa ha impedito che l’urgenza della situazione giungesse fino al cuore di chi poteva provvedere? La risposta a questa domanda sembra dover essere purtroppo la seguente: è evidente che l’inerzia ha un profondo diciamo così storico-religioso.

La storia è ormai storia di una lenta ma inarrestabile degradazione; dal canto suo la religione o se si preferisce la religiosità, cioè il fatto di sentirsi legati insieme (tale è il significato della parola) non tiene più, i suoi legami si sono allentati, disfatti.

(L’Espresso, …. 1980)

POI SU NAPOLI CALO’ IL SILENZIO

di Michele Prisco

I condomini di via R. n. 16 nella zona alta della città – un caseggiato di otto piani a due scale, tre appartamenti a piano, per un totale di quarantanove famiglie compresa quella del portiere – la sera di domenica 23 novembre alle ore 19.30 si trovavano quasi tutti in casa. La più parte di loro era davanti al televisore a seguire, secondo i gusti e le preferenze, sul primo canale dopo l’intervista di Gervaso col papillon a Montanelli nel corso di «Domenica in…» la cronaca registrata della partita di calcio o sul secondo il telefilm ispirato alle avventure di un gruppo di agenti speciali in lotta contro criminali e terroristi (nulla è più rilassante della violenza fittizia vista in poltrona alla tivù): ma non mancavano, nelle famiglie con bambini, quelli che premevano di continuo i tasti del telecomando alla ricerca di un canale che trasmettesse i cartoni animati o un programma di canzoni.

Qualche professionista – un ingegnere – era nel suo studio, alla scrivania, e riordinava alla luce serena della lampada carte e documenti o consultava l’agenda per gli appuntamenti della settimana. Qualche famiglia stava ricevendo la visita di amici e chiacchieravano del più e del meno prima d’organizzare una partita di bridge; i vari ragazzi erano in parte già usciti o in parte intenti a prepararsi per uscire con gli amici secondo l’appuntamento combinato nel primo pomeriggio attraverso il solito giro di telefonate, per consumare la serata al cinema o in qualche discoteca: e insomma tutto si svolgeva con la tranquillità, un po’ monotona, borghese consuetudine delle domeniche di famiglia.

Cinque minuti dopo, alle 19.35, si avvertì il sisma: e che fosse un sisma non fu all’istante avvertito da tutti. I lampadari dei soggiorni, quasi tutti muniti di luccicanti pendagli di cristallo, cominciarono a d oscillare provocando un prolungato tintinnio, le poltrone ed i pavimenti sembravano sollevarsi leggermente e poi scivolare sulle mattonelle spinti da una forza sconosciuta, e le pareti – fu la sensazione più angosciante, al momento, la più paralizzante, soprattutto ai piani alti – cominciarono ad ondeggiare come se fossero i praticabili di una quinta, a teatro, che qualche macchinista si sforzasse di mettere in azione. E quasi in ogni appartamento ci fu chi gridò, subito, sgomento e già sbiancato: il terremoto!

Le reazioni furono diverse. I più emotivi si precipitarono verso la porta d’ingresso; altri cercarono un possibile riparo addossati ad un pilastro o sotto un architrave; altri corsero a prendere una coperta e la borsa dei gioielli ed il portafogli col libretto degli assegni, combattuti dal pensiero di correre subito in strada oppure attendere la fine della scossa sismica siccome è risaputo che, in questi casi, le scale sono sempre le più pericolose. Solo che il sisma non accennava a concludersi: era insolitamente prolungato; i pendagli di cristallo dei lampadari oscillavano con più vorticosa insistenza e già qualche quadro alle pareti s’inclinava, già qualche bambolotto di peluche o altro soprammobile perduto l’equilibrio era caduto a terra dalla mensola su cui poggiava.

In breve il caseggiato si svuotò. Per le scale era uno sbattere di porte, un chiamarsi per nome con isterica disperazione, un rumore di passi sonori e precipitosi come di carica di cavalleria, e chi perdette una scarpa, nella corsa, non si curò di chinarsi a raccoglierla e preferì continuare scalzo la discesa. In strada, sul marciapiede, c’era già parecchia gente eccitata e frastornata e spaurita: ci si riconosceva, quelli che si conoscevano, in un primo confuso accavallamento di domande e di impressioni, si contavano i membri dei vari nuclei familiari, che nessuno mancasse all’appello, ci si angosciava per quelli ch’erano via, in città, ci si appoggiava a frotte a ridosso del basso muricciolo che non aveva alle spalle la sagoma pericolosa e incombente di un edificio. Le auto che ancora attraversavano la strada sembravano impazzite, e qualcuna sulla radiolina portatile, a transistor, già cercava le prime notizie di conferma a quanto era avvenuto da pochi istanti, in un tumulto di rumori voci spezzoni musicali prima di sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda giusta, mentre altri, i meno giovani, ricordavano il terremoto, ma quanto più leggero e breve, del 1962 o, addirittura, quello più spaventoso del ’30. O del ’31?

Ogni tanto qualcuno, dal marciapiede opposto, sollevava il capo verso il caseggiato, come se volesse accertarsi, ch’era ancora in piedi: molti balconi e finestre, con le tapparelle sollevate, erano accesi, a testimonianza della fuga precipitosa, e sembravano sguardi di attesa. Ma c’era, al terzo o al quarto piano, un’ombra dietro i vetri, la sagoma di un uomo: qualcuno dunque era stato così impassibile e tranquillo – o incosciente – da restarsene a casa con tutto quanto era successo?

Poi, di lì a qualche momento (ma quanto durò?, e come sopravvenne?, e chi lo impose?), su quel pezzo di strada insensibilmente, progressivamente, calò il silenzio. Era, di una città sempre stata chiassosa e rumorosa e congestionata di traffico oltre ogni umana sopportazione, un silenzio a dir poco innaturale, sottolineato più che incrinato dalle poche parole scambiate a bassa voce, da un richiamo ma fatto quasi con estenuazione, da un rumore che provocava solo trasalimento, dall’abbaiare di un cane, in un giardino, che faceva subito pensare con terrore all’imminenza della replica.

Era come se al posto di quelle persone – genitori e figli e parenti e amici e vicini o estranei – ci fossero i simulacri, a non dire i fantasmi, di quelle stesse persone, genitori e figli e parenti e amici e vicini o estranei, tutti senza più voglia di parlare e comunicare fra di loro, come stanchi persino di esprimere a parole la propria paura.

Poi giunsero le prime voci a rompere l’isolamento, dal momento che le linee telefoniche erano subito saltate e le poche cabine pubbliche, sulla strada, prese d’assalto, erano risultate inutilizzabili. Quelli che provenivano dal Vomero parlavano di strade intasate e bloccate dal traffico – un inferno! -, quelli che salivano dal centro raccontavano come a Piazza Plebiscito e sul lungomare ed in villa comunale molte famiglie si fossero sistemate nelle macchine e si disponevano a trascorrere all’aperto la nottata: e per fortuna la serata era tiepida, solo un poco umidiccia, con un leggero alone di nebbia intorno ai fanali dell’illuminazione stradale. Ma il terremoto, dove, precisamente, era avvenuto il terremoto?

Qualche voce di sopraggiunti e le prime radio libere già davano ragguagli: l’epicentro era stato localizzato a Potenza, ma a Poggioreale era crollato un intero stabile di nove piani, a Fuorigrotta era caduto lo Sferisterio, e qualcuno tendeva le orecchie come per meglio udire le sirene delle autoambulanze che avrebbero forato di lì a poco il silenzio nella loro corsa notturna e disperata verso gli ospedali.

Un TG Rai dell’epoca

Così anche i condomini di via R. n. 16 pensarono di organizzarsi per la notte: ci fu chi, più coraggioso, o spinto solo dalla necessità, risalì un momento nel proprio appartamento a spegnere le luci e il televisore, a prendere un pacco di biscotti o qualche frutta, a raccogliere una coperta o un cappotto. Ci fu chi, meno coraggioso, si fece prestare dal portiere una giacca o una sciarpa, e, radunati i familiari, scomparve di lì ad un attimo in macchina.

Il tempo – ma anche la nozione di tempo pareva alterata, all’improvviso – passava lento, angosciante, minaccioso, e che passasse, e s’entrava ormai nella notte, si percepiva solo dal velo d’umidità più consistente sul tetto delle vetture, e dal fruscio degli alberi di qualche cortile, che stormivano adagio quasi consapevoli di non produrre un rumore che avrebbe potuto portare altro terrore ed angoscia.

Nell’interno delle automobili, rannicchiati dentro le coperte, un po’ di tepore creava un’illusione di quiete, ma non riusciva a vincere del tutto il freddo che penetrava nelle ossa e a distogliere la mente da più assillanti pensieri: il terremoto si sarebbe ripetuto e quando? Aveva provocato morti e quanti?, e parenti o amici lontani – tutti avevano parenti o amici lontani – erano anch’essi in salvo?

Solo qualcuno, quasi a metà notte, s’avventurò in macchina a fare un giro di perlustrazione per la città: percorreva strade deserte, passava come in rassegna interminabili teorie di macchine occupate parcheggiate lungo i marciapiedi, incrociava capannelli di gente che gremivano i pochi giardinetti d’uno spiazzo, erano alla meglio distesi sull’erba delle aiuole spelacchiate, combattendo fra la voglia di dormire e la voglia di restare all’erta, solleciti e scappare (ma dove?) al minimo allarme.

Si trattava di persone umane, erano i «napoletani», un popolo per definizione estroverso e rumoroso, ma sembravano, in quel momento, in quella notte, solo bisbiglianti frotte di fantasmi. E qual era la situazione nelle zone vecchie, nei vicoli sopra i Quartieri, nell’intrico di viuzze del Borgo Loreto, nelle malinconiche strade del Vasto, alle spalle della Ferrovia.

Soltanto all’alba, al mattino, con i primi comunicati straordinari della radio e della televisione, con i primi giornali acquistati all’edicola appena aperta, con la premonizione di trovarvi terrificanti notizie, l’entità del disastro si rivelò nella sua agghiacciante realtà. I crolli, le vittime, i paesi distrutti, le regioni devastate, non avevano raggiunto, per incompletezza d’informazioni, le proporzioni spaventose che avrebbero assunto nelle ore e nei giorni immediatamente successivi, ma il loro numero era già talmente alto da far toccare con mano ad ognuno l’immensità della tragedia. La città capì subito d’essere stata colpita, e che il terremoto non aveva precedenti, nella sua storia.

Anche il mare era cheto. Sotto un cielo bianchiccio che pareva cieco, dove ogni tanto un sole esangue cercava, senza troppo impegnarsi, di penetrare l’ingombro delle nuvole basse, il mare di via Partenope, di via Caracciolo e della rada di Mergellina, solitario e triste e oleoso, aveva appena, a pelo d’acqua, un leggerissimo movimento ondeggiante, come se a sua volta fermentasse sotto la sua superficie piatta una sconosciuta minaccia; ma presso le scogliere mancava l’abituale schiuma provocata dal frangersi delle onde anche in giorni di calma.

Era un silenzio di partecipazione alla sciagura, un silenzio d’attesa, un silenzio di paura? Non lo sapremo mai. Era, in ogni caso,, un silenzio quasi spettrale, che ci restituiva un volto di Napoli del tutto inedito: e lo ricorderemo per il resto della nostra vita con un sentimento d’inquietudine e di turbamento che, al di là dal dolore per le perdite umane, per le case crollate, per i nuovi problemi economici che si aggiungono ai precedenti ancora irrisolti, porteremo dentro come l’emozione più sconvolgente di questa esperienza.

(Il Mattino illustrato, 6 dicembre 1980)

BALVANO, ROVINE E MORTI NELLA NEBBIA

di Wladimiro Settimelli

Si sentono solo le urla, i pianti, i richiami.

Salgono su dalla nebbia verso la strada piena di sole. Laggiù, invece, nella conca tra le montagne, è come se la notte non fosse ancora finita.

Arrivo tra le prime case di Balvano e scendo dalla macchina. In mezzo alla strada massi, detriti, giornali, quaderni volati via dalle case. Poi l’orrore. Davanti alla scuola, su una specie di terrazzo rialzato, i corpi. Dieci, venti, trenta, cinquanta: povere donne con il volto tumefatto e la bocca piena di calcinacci, bambini con le gambe larghe e le mani coperte di sangue, appena nascosti da teli, coperte e stracci, uomini anziani e ragazzine nelle fosse orrende della morte. Ai piedi, un numero tracciato con il gessetto per l’identificazione. Un cordone di soldati blocca il passaggio e, intorno, aggrappati ad una lunga cancellata, gruppi di donne con lo scialle in testa, urlano e chiamano ininterrottamente.

La nebbia che bagna tutto non accenna a sparire e Balvano non riesce ad uscire dalla notte. Un uomo con una coperta sulle spalle e gli occhi rossi mi viene addosso e passa oltre. Non mi ha nemmeno visto. Chiama qualcuno a voce bassa e apre le braccia ad una vecchietta che sbuca da una casa.

Un povero e disperato paese questo Balvano, a 25 chilometri da Potenza: strade strette, saliscendi di scale un po’ ovunque, casette di due o tre piani e lassù, sulla collina, un castello che ora ha le pareti aperte dallo schianto del terremoto.

Basta una occhiata per capire che cos’è e cos’era questo paese e come viveva la gente di qui: scarpe da contadini, vestiti di stoffa miserabile, capelli sdruciti dall’uso e consumati dagli anni. Da sotto un lenzuolo sbucano i piedi di un ragazzino infilati in un paio di sandali estivi di plastica. Una donna anziana, poco più in là, ha la gonna alzata. Le gambe sono coperte da calze spesse, fermate in alto da due pezzi di gomma ricavati da una camera d’aria.

L’orologio del campanile è fermo sulle 19.40. domenica sera, a quell’ora, la chiesa era piena di gente, tre, quattrocento persone. La prima scossa è stata appena appena avvertita, ma con la seconda è stato il massacro.

La nebbia non si alza in questo posto da incubo. Su una specie di sterrato al centro del paese, pieno di erbacce, ma con due panchine di marmo al centro, sono stati accesi altri fuochi. Intorno la gente piange ed urla.

(“l’Unità”, 25 novembre 1980)

PERCHE’ NON PARTONO

di Giovanni Russo

Chi vede alla tv le immagini drammatiche delle famiglie contadine esposte alla neve, in ricoveri di fortuna, si domanda perché da Pescopagano, da Lioni, da Conza, da Muro Lucano, da Sant’Angelo dei Lombardi, da Laviano, da Balvano, rifiutano testardamente di andare nei caldi alberghi che il governo loro offre.

A Lioni un dirigente comunista ci ha detto: “Gli italiani si stanno facendo l’idea che siamo gente quasi barbara e questa può diventare la seconda grande tragedia che si abbatte su di noi, dopo il terremoto”.

I contadini hanno, invece, validi motivi, tutti ragionevolissimi, per respingere l’esodo, nella forma in cui viene proposto, a una settimana dal terremoto.

Occorre sgomberare il campo dai luoghi comuni, che hanno creato forme di insofferenza e quasi di irritazione non solo nei burocrati e generali ansiosi di passare all’operazione “sgombero” ma anche nell’opinione pubblica, fino a far invocare il ricorso alla deportazione manu militari. Ma almeno questa ipotesi le autorità la escludono con indignazione anche se si ricorre a forme di pressione più sottili. C’è chi ha attribuito a Zamberletti la frase che se i terremotati non si decidono ad accettare il suo piano “lo sforzo del paese per aiutarli non potrà continuare a lungo”. E’ una frase infelice, oltre che pericolosa e sbagliata, nel momento in cui occorre invece assicurare il più ampio sostegno e la più intelligente comprensione dello Stato anche per far dimenticare le colpe gravissime nei primi soccorsi. Grave è il fatto che ci sia una specie di blackout su un piano, che speriamo invece sia già pronto, di impiantare dovunque possibile dei prefabbricati, come è possibilissimo (lo abbiamo constatato di persona in vari paesi). I comunisti condividono questo blackout e ciò è veramente inspiegabile.

Le ragioni per cui i contadini sono decisi a sfidare un inverno tremendo, piuttosto che “arretrare”, sono di carattere storico, psicologico, culturale, culturale, ma soprattutto economiche e sociali. E’ quasi ovvio che popolazioni emarginate da secoli, di cui l’unica prospettiva è stata l’emigrazione all’estero o al nord, non abbiamo fiducia in uno stato che le ha sempre ingannate. L’ultimo tradimento lo hanno ancora negli occhi e nell’anima come una ferita sanguinante: i loro cari lasciati morire per due giorni, senza adeguato aiuto, sotto le macerie. Poi c’è il modo come l’esodo viene progettato. Camioncini con altoparlanti girano per i paesi invitando a “salire” sugli autobus, pronti a partire. Ma per dove? Nessuno sa con certezza dove andrà, a chi sarà affidato, quali garanzie ha di rivedere i suoi cari e quando, chi custodirà e come la sua casa, il bestiame, la terra sia pure avara.

Il parallelo con il Friuli è mistificante e improponibile. A parte la differenza di mentalità, di cultura, di storia, il Friuli aveva dietro di sé il nord industrializzato. Gli alberghi, dove vennero sfollati donne e bambini, ma ciò accadde solo quattro mesi dopo il terremoto, quando si verificò una seconda grande scossa, il 13 settembre 1976 erano a trenta o quaranta chilometri di distanza e gli uomini rimasti sul posto avevano la certezza di un pendolarismo effettivo con una viabilità. Qui si vuole portarli nel Gargano o a Manfredonia, sulle coste calabresi o campane, a centinaia di chilometri di distanza. Non si pensa neppure a reperire possibilità di sistemazioni che tutti sanno esistenti in città e nei paesi limitrofi.

Fondamentale è poi il problema economico. In Irpinia, come nell’alta valle del Sele e in Basilicata, si tratta di famiglie di medi e piccoli agricoltori e allevatori. La famiglia è un’entità economica per i lavori agricoli. Occorre quindi affrontare questo problema in una forma diversa. Bisogna raggruppare nelle masserie e nelle case intatte e non pericolose vari nuclei familiari, approntare prefabbricati per le stalle crollate, roulotte nelle frazioni sperdute. C’è chi irride a queste proposte, ma sono le uniche sensate. Tutti abbiamo visto in TV come vivevano questi contadini, prima del terremoto: in condizioni arcaiche, riscaldandosi al fuoco del camino con la legna. In certi luoghi non c’era ancora la luce elettrica. Perciò hanno più paura di Zamberletti che della neve e del fango. E d’altronde solo se si darà un segno concreto di volerli capire, aiutare nel modo giusto, saranno loro stessi a chiedere che le donne, i vecchi, i bambini siano sistemati altrove. E’ una illusione credere di poterli costringere a partire per l’”accerchiamento” dovuto al freddo o negando prefabbricati.

Il terremoto raccontato dagli scatti di Alifano

Sarebbe indispensabile mobilitare le strutture degli ispettorati agrari, della forestale, dei consorzi agrari di tutta l’Italia. Con l’aiuto di tecnici, magari lombardi, veneti o emiliani si può preparare un piano di intervento di questo tipo. Centinaia di volontari del nord non chiedono che di essere impiegati in questi compiti. Occorre mostrare finalmente ai contadini meridionali la vera faccia dell’Italia, quella di una solidarietà intelligente e premurosa. La minacciosa alternativa: “o partite o vi abbandoniamo”, può solo preparare una nuova disgrazia per i contadini del sud, ma anche per la democrazia italiana.

Ma Zamberletti vuole l’esodo e i comunisti lo appoggiano. Accusano i notabili locali (cioè i democristiani) di ostruzionismo. Intanto le centinaia di autobus che dovrebbero condurre i profughi negli alberghi delle costiere restano vuoti ai piedi dei paesi semidistrutti, e sono passati già dieci giorni dal terremoto.

Nonostante freddo, pioggia e neve, praticamente nessuno dei superstiti vuole abbandonare la “roba”, il bestiame. Ma è vero che il loro rifiuto è ispirato solo dalle mene dei politicanti? Manlio Rossi-Doria che, come il suo maestro Giustino Fortunato, conosce uno per uno persino i comuni più sperduti di queste montagne e anche le persone, notabili e contadini, la loro psicologia, le loro motivazioni più profonde, che li spingono ad affrontare un gelido inverno, ammonisce: ““Attenzione, stiamo commettendo uno degli errori più colossali, che potremmo pagare duramente. Ogni idea di sfollamento, di abbandono e di trasferimento è pura follia anche nei momenti più disastrati”. Rossi-Doria era accorso subito dopo il terremoto in Irpinia, a Sant’Angelo dei Lombardi, a Lioni. Egli dice: “Si sta delineando, anche per rimediare ai precedenti ritardi, il gigantismo di un intervento superdimensionato. Si tratta invece di capire che l’anche l’operazione, in certi casi indispensabile, dell’esodo è delicatissima e obbliga a distinguere fra zone e zone, paesi e paesi. Si impone quindi un ridimensionamento dei problemi”

La lucida analisi di Rossi-Doria è un invito all’intelligenza della ragione. Bisogna partire dal fatto che la zona seriamente devastata, e su cui bisognerebbe concentrare interventi articolati, è limitata a una parte dell’Irpinia, dell’alta valle del Sele in Campania e delle zone limitrofe, da Pescopagano a Balvano e a Muro Lucano in Basilicata, e comprende circa quarantamila persone.

Dal censimento del 1971 risulta che la metà della popolazione, che nel frattempo certo non è cresciuta ma è diminuita, ha case in campagna rimaste spesso intatte o solo lesionate, dove è custodito il bestiame, dove si svolge la vita economica e dove si possono conservare anche molti degli oggetti risparmiate dal terremoto nelle abitazioni distrutte in paese. Con un piccolo ma efficiente aiuto di servizi tecnici e assistenziali molti possono così sopravvivere anche durante l’inverno. Accampamenti di roulotte, concentrati in zone adatte e difese dai venti, con al centro grandi baracche riscaldate, dove vecchi e bambini possano ricoverarsi, sarebbero una soluzione più che possibile per gli altri abitanti. Non bisogna neppure farsi prendere dalla frenesia delle demolizioni, dall’ansia di usare il rullo compressore tipo Wermacht del Terzo Reich, per questi cosiddetti “paesi presepe”. Dopo aver ripulito le rovine si devono invece puntellare tutte le case ancora in piedi. E ce ne sono tante anche nei comuni più colpiti. Soprattutto quelle costruite dagli emigranti, con colonnine di cemento buono, le quali hanno resistito al sisma. Nei “paesi-presepe” era, al contrario di quanto si ritiene, già in corso un processo di sviluppo industriale (spesso integrato a quello agricolo), fabbrichette “sommerse”, che ora però si possono far emergere.

Portar via i vivi, dopo tanti morti, impedirebbe ogni possibilità di ricostruzione mentre, proprio dopo il terremoto, si aprono possibilità insospettate di sviluppo. Di esso una componente potrà essere proprio quella saldatura che si è compiuta tra le due Italie. Nelle tende, al vento e al gelo, ci sono in questi giorni lombardi, emiliani, veneti, toscani, ma anche sardi e siciliani. E’ un’occasione storica che non va perduta. I “nordici”, quelli invocati da Gaetano Salvemini per aiutare coloro che lui, pugliese, chiamava polemicamente i “sudici” e cioè i meridionali, sono arrivati, sia pure per una catastrofe. Essi devono restare, aiutare nella ricostruzione materiale e sociale gli abitanti. Ma che motivo avrebbero di impegnarsi in questo compito storico in paesi svuotati e condannati a morte?

L’esodo può essere necessario per alcuni paesi, non numerosi, e per i vecchi e i bambini più deboli, che dovrebbero essere tenuti uniti fra paesani e in località vicine.

Quanti alberghi e ville vuote abbiamo visto a pochi chilometri dai paesi colpiti! E’ necessario portare tutti fin sulle coste amalfitane o adriatiche? Quali interessi di albergatori e di notabili arricchiti non si possono toccare? E’ proprio impossibile, con larghezza di vedute e articolando secondo le varie esigenze i diversi modi di intervento, imboccare questa strada? Certo è più semplice e spettacolare una colossale operazione di esodo. Ma i contadini dell’Irpinia e della Basilicata hanno già detto di no.

(da GIOVANNI Russo – Corrado Stajano, Terremoto, Garzanti, 1981)

LA PIAZZETTA DI DE SANCTIS

di Corrado Stajano

Su un muro i segni della vita che si sforza di ricominciare: «Si trasmettono telegrammi gratuitamente»; «Servono persone che conoscono la zona di campagna»; «Alle ore 14 distribuzione indumenti presso la canonica»; «Per qualsiasi richiesta rivolgersi al tavolo presso il prefabbricato»; «Alle ore 13,30, in piazza Giovanni XXIII distribuzione pasti caldi»; «Tutti gli esponenti dei gruppi di soccorso sono invitati alla riunione che si terrà stasera 7 dicembre alle ore 19,30 nella baracca vicino all’asilo»; «Le suddette persone possono ritirare la roulotte: Lombardi Nicola, Strazza Angelo, Caputo Gerarda vedova Capozzo, Vitello Rocco»; «I cani lasciati in libertà verranno uccisi»; «Si avvisa la popolazione che ha stalle pericolanti o distrutte che è a disposizione il foro boario di Venticano con foraggiamento gratuito»; «Il pullman messo a disposizione dal governo per portare gli abitanti all’albergo di Paestum partirà dalla scuola elementare venerdì 5 dicembre alle ore 10».

Il paese, Morra De Sanctis, a 850 metri di altezza nell’Irpinia, 2800 abitanti, una quarantina di morti, è in gran parte inabitabile e distrutto; la metà delle case appaiono triturate, scoperchiate, dimezzate, le altre sono gravemente lesionate. I carabinieri stanno entrando con i mitra imbracciati nelle case rimaste in piedi alla ricerca degli sciacalli; un gruppo di bersaglieri sta traslocando in un magazzino povere masserizie salvate dalle macerie; il parroco, don Raffaele Masi, sta guidando da una montagna di sassi e di travi spezzate il trasporto delle statue salvate dalla distruzione della chiesa di San Rocco: Sant’Antonio da Padova, la Madonna dell’Immacolata, San Vito passano lentamente tra le macerie portati a braccia come cadaveri colorati. San Rocco è rimasto intatto nella sua nicchia sull’altar maggiore e anche sull’obelisco nella piazzetta vicina. Un miracolo?

Questo è il paese di Francesco De Sanctis: si arriva alla sua casa dopo aver scavalcato cumuli di macerie, blocchi di televisori e di lavatrici, mentre le palle di gomma dei bambini di Morra seguitano a spuntar fuori dalle rovine e a scivolare verso il basso frenate dai detriti, per riprendere subito piccole corse nel fango. La casa di De Sanctis, appena sotto il castello medioevale, è grigia, modesta, apparentemente in piedi, con un balconcino che dà sulla vallata: «In questa casa nacque il 28 marzo 1817 Francesco De Sanctis/morì in Napoli il 29 dicembre 1883/visse una vita immacolata/fu maestro ed educatore impareggiabile/politico e ministro sapiente/e creando la nuova critica e la nuova storia della nostra letteratura/fu gloria immortale d’Italia», dice la lapide sulla casa.

«E’ tutto un bel vedere, posto tra due valloni», scrisse De Sanctis nel suo Viaggio elettorale. «A dritta è il vallone stretto e profondo di Sant’Angiolo, sul quale premono le spalle selvose di alte vette, e colassù vedi Sant’Angiolo, e Nusco, e qualche punta di Montella, e in qua folti boschi che ti rubano la vista di Lioni. A sinistra è la valle dell’Isca, impetuoso torrente che va a congiungersi coll’Ofanto, e sopravi ignudi e ripidi monti, quasi un anfiteatro, che dalla vicina Guardia si stende sino a Teora, e ti mostra nel mezzo il Formicoso, quel prato boscoso dietro di cui indovini Bisaccia, e ti mostra Andretta, e il castello di Cairano, avanguardia di Conza, e Sant’Andrea. L’occhio non appagato, navigando per quell’infinito, si stende là dove i contorni appena sfumati cadono in balia dell’immaginazione, e a dritta indovina Salerno e Napoli e vede il Vesuvio quando fiammeggia, e a macchina corre là dov’è Melfi e dov’è Campagna. Non ci è quasi casa, che non abbia il suo bello sguardo, e non c’è quasi alcun morrese, che non possa dire: io posseggo con l’occhio vasti spazi di terra».

Sono i nomi della catastrofe, dei paesi distrutti; del genocidio, delle popolazioni abbandonate dallo stato arrivato qui giorni e giorni dopo il terremoto; sono i nomi della bella campagna, intoccata e serena, in crudo contrasto con i villaggi che si intravedono sui colli,simili a mantelli di ossa ammonticchiate; sono i nomi delle popolazioni abbarbicate alle macerie e alla terra, i posti delle migliaia e migliaia di morti che non si riesce ancora a sapere quanti siano ed è questa un’altra vergogna della quale nessuno o quasi tiene conto, come se il silenzio, la reticenza, il mascherare la verità, l’ipocrisia servissero a rendere meno dolente l’immane tragedia.

La piazzetta dove De Sanctis ricordava nei suoi libri di aver giocato bambino è piena di macerie, ma davanti alla casa c’è uno spettacolo che sembra la ricostruzione di un museo etnografico o una casa di bambole e che invece è terribilmente vero. È caduta la facciata esterna di una casa e si può vedere lo spaccato di una cucina bellissima, con le pentole e i coperchi ben allineati su una parete, i mazzi di cipolle, i grappoli di uva nera, le collane di peperoncini che pendono da una trave, il calendario di frate Indovino sopra il camino, una fascina di legna e le molle per il fuoco lì accanto, una sedia che pare appena caduta e, sul tavolo, una zuppiera, dei piatti e un pacco di spaghetti, tutto lasciato in un limpido ordine, ultimo brandello di vita di quella sera domenicale. Vi abitava un bidello, Antonio Grippo, con la vecchia madre Giacomina: sono morti, sono riusciti a salvarsi, sono finiti chissà dove, eterni profughi di un terremoto che non uscirà mai più dalla memoria di questa gente?1

La vita a Morra, dove le strade erano dedicate al Croce, a Gramsci, a Dorso, riprende con infinita fatica tra difficoltà e contraddizioni: due tedeschi di Hannover, Kiepe e Schumacher, venuti con una cucina da campo capace di preparare 500 pasti caldi due volte al giorno, non sono stati messi in grado di essere utili e girano da un paese all’altro e adesso sono qui a offrire inutilmente il loro aiuto. Trentotto studenti dell’Istituto tecnico agrario Garibaldi di Roma, esperti in zootecnia, capaci di accudire alle bestie, dopo tre giorni di offerta senza risposta a Sant’Angelo dei Lombardi, a Lioni, Teora, hanno costruito una stalla per venti vacche e cercano anch’essi di poter lavorare. Caterina Di Paola, intanto, ha riaperto il suo bazar, Gerardina Mariani la sua merceria. Il municipio funziona in una delle poche case rimaste in piedi davanti al vecchio municipio, con le lapidi e il busto di De Sanctis; il telegrafo in una tenda verde; il telefono e la radio di un gruppo di Sassari in una baracca vicina dove fanno capo gli eterogenei volontari che operano nella zona: la Caritas di Bologna, gli scout, i sindacati lombardi, l’Ordine di Malta, con un intelligente paziente medico milanese, il dottor Castelli, che tiene i fili tra i vari gruppi e cerca di risolvere i difficili problemi del dopo terremoto e di appianare i rapporti non sempre facili con la popolazione e con le autorità.

Il sindaco Rocco Pagnotta, democristiano (la giunta è formata dalla Dc e dal Pci uniti in una lista civica), ripete che i suoi compaesani non hanno proprio nessuna intenzione di andarsene dal paese; devono accudire al bestiame, devono recuperare ciò che è rimasto nelle case e desiderano stare tutti insieme, nella morte come nella vita. Poi vogliono essere sicuri che il paese sarà ricostruito com’era e dov’era e non vogliono sentirsi dei deportati e vogliono poter dire ciò che pensano. È gente intelligente, buona, paziente, religiosa, con un grande spirito di sacrificio mostrato nell’emigrazione, dice il parroco. Il consiglio comunale si è riunito l’altroieri: la giunta ha nominato una commissione e per l’assegnazione delle roulotte costituita da tre consiglieri, da quattro abitanti del paese scelti a scrutinio segreto dal consiglio comunale e da tre tecnici, un medico, un sindacalista, un ingegnere.

Le roulotte, una cinquantina, sono parcheggiate nel campo sportivo sotto il paese, ma capita che siano lasciate vuote perché gli abitanti che le hanno avute in assegnazione non vogliono abbandonare le loro case di campagna. Stamattina un contadino è riuscito a salvare due vitelli dalle macerie; un altro, a furia di scavare, ha ritrovato la sua riserva di grano e vino. Gli agricoltori, anche qui, non vogliono lasciare la terra e chiedono «almeno una baracca da zingari» e se hanno avuto la roulotte, la usano a turno per riposare qualche ora durante il giorno, ma la notte dormono tutti assieme con i bambini e con gli animali in capanne di fortuna che si sono costruiti vicino alle loro masserie.

Dal paese non parte nessuno. Sul pullman andato a Paestum venerdì c’erano solo quarantaquattro vecchi.

(da GIOVANNI Russo – Corrado Stajano, Terremoto, Garzanti)

CONZA SARA’ GIA’ VUOTA A PRIMAVERA

di Vittorio Sermonti

Che ci fai, là per aria, su quel soprosso pelato? Nella valle immensa e muta dove l’Ofanto pascola senza voglia, non scorazzano più i Cartaginesi di Annibale, né i Goti di Teia; niente foschi Bizantini di Narsete, niente Normanni biondoni del Guiscardo; né briganti da monte, né pirati da mare, neanche i bei codazzi colorati dell’arcivescovo sulla mula: il baccano minimo del trenino per Rocchetta è un evento che si moltiplica e sgrana per un quarto d’ora…

Da chi ti difendi, che presiedi, lassù, antichissima e nobilissima «metropoli degli Irpini», ridotta come sei, una torretta-serbatoio sopra un cespuglio secco di macerie? Con i tempi che corrono, a che servi, vecchia Conza?

Cinque volte rasa al suolo nell’ultimo millennio da questa maledetta faglia che le si assesta sotto, forse undici o dodici a decorrere dalle sue lontanissime origini (osche?, etrusche?, greche?), Conza della Campania rischia stavolta di non risorgere più dagli antichi sedimi stratificati, là, per aria.

«Molto meglio qua sotto sulla strada: qua passano camionisti, passano gente. Certamente che dispiace, qualche sistemazione dovranno farla pure di sopra per rinfrancare lo spirito della popolazione conzana… Però, se non si rinfranca anche la materia…»

Così, pingue e allegro, si esprime il barista dell’insediamento provvisorio ai bordi dell’ofantina, confrontato dall’assenso di quattro avventori. La «legenda» del nuovo PRG, che insiste su altra area a valle del vecchio centro (Piano delle Briglie), promette dal canto suo «una situazione urbanistica e territoriale del Comune radicalmente innovata, foriera di sviluppi imprevedibilmente consistenti». Vediamo.

Su Conza il terremoto del 23 novembre ha imperversato con brutalità assoluta: 10 MKS, indice di distruzione 95%. I morti sono centottantaquattro, più tre dispersi, tutti o quasi del vecchio centro dove non c’erano 800 persone, per quanto sia dato sapere dalle conte disperate della prima settimana (l’anagrafe, labile come tutte le anagrafi d’Irpinia, registrava 2.118 residenti: i quali, decurtati di un buon 10% di «temporaneamente assenti», e assegnati al centro abitato in ragione del 42%, danno più o meno la medesima cifra). L’opera di soccorso e, poi, nei mesi, il reinsediamento provvisorio, nonostante l’enormità del disastro e il freddo polare del primo inverno, hanno proceduto con una speditezza ed una pulizia esemplari: il 23 settembre, tutti sotto un tetto.

Merito del «gemellaggio felicissimo con la Provincia di Bologna» (parola di Commissario), dell’accanimento dei conzani di borgo e di campagna, ma anche di una amministrazione decente e di un trentenne sindaco dc che non si è perso in grettezze. C’è da dire che il sito per piazzare i prefabbricati (229, oltre i 159 rurali) era già spianato, c’era anche qualche capannone in lamiera buono per un primissimo ricovero, e un minimo di attrezzature di servizio. Motivo: diga.

«CASMEZ – Costruzione di un invaso sul fiume Ofanto a Conza della Campania – Importo complessivo L. 13.225.126.758, ecc. – Ferrocemento SpA, Roma, ecc.». ammonisce imperterrito un tabellone al bordo della piana. È lì dal ’74. il progetto rimonta alla fine degli anni Sessanta. La conclusione dei lavori era prevista per il ’78/’79. Se il terremoto li ha interrotti, segno che c’era ritardo. Tanto più che dei 250 occupati locali (full-time o part-time), si narra che 150 fossero rispediti a casa, e i più solo per fare la valigia, prendere il treno, e scendere dove i bambini piccoli sanno il tedesco. Comunque, la calamità ha bloccato l’opera del tutto. Per intanto, l’insediamento provvisorio è stato piazzato nella zona di rispetto a margine dell’invaso. Ora «si parla (almeno al bar, n.d.r.) di ricominciare il 10 marzo». E il PRG, in «legenda», indica la diga come asse del vasto processo di trasformazione che prevede, «nel volgere di qualche anno», il trasloco della ferrovia, la costruzione di fettucce e bretelle, e della gran trasversale stradale Grottaminarda-Contursi, l’allocamento del famoso metanodotto, ecc. ecc., «conforme i nuovi indirizzi di assetto territoriale della Regione».

Le immagini scelte da Luigi Salzarulo per raccontare quella tragedia

Bene. La sete storica di Conza (sete d’acqua da bere, da irrigare, da lavarsi i denti, e sete di «redditi compatibili») sarà dunque sedata alla buonora? Sperabile. L’invaso porterà 61 milioni di mc, «prevalentemente» destinati all’irrigazione della Capitanata e all’industria. Ma per il momento, in difetto di opere di adduzione, i poveri conzani superstiti non sanno farsi una speranza precisa di quanta acqua ripioverà sui loro campicelli. In compenso, da una dozzina d’anni la piana è costellata di bocchettoni, i quali avrebbero dovuto erogare acque di altra diga (quella del Saetta, in Comune di Pescopagano, smantellata all’atto della nazionalizzazione e non ripristinata), non erogarono mai una goccia di niente, ora sono lì tutti scassati, reperti di cultura materiale dello spreco, parecchi in attesa di essere sommersi dalle acque del più maestoso invaso dell’Ofanto… La logica sembra questa: se si fanno le adduzioni si omettono le opere a monte, se si fanno le opere a monte non ci si preoccupa delle adduzioni.

Guardiamoci negli occhi senza una mutazione nel coordinamento, nei modi e nei tempi (e nelle finalità) dell’intervento pubblico, questi «sviluppi imprevedibilmente consistenti» è prevedibile finiscano per beneficiare se mai si avranno una terra deserta.

«Dice che un tempo lontano, noi conzani eravamo 60.000. mi pare un’esagerazione. Oggi non arriviamo a 500 (s’intende, nelle casette del centro urbano provvisorio: e qui forse esagera un po’ lui, il professionista stempiato che mi sfoga le sue amarezze nell’ufficio tecnico del Comune: certo è che fra il ’51 e il ’79 Conza registra un saldo migratorio di 38,5%, appesantito poi molto dal terremoto, n.d.r.). e scenderemo ancora.

Qua il reddito agricolo non è sufficiente per campare, ma necessario è. O si dà subito a queste persone che stanno a girarsi i pollici da un anno e dispari, gli si dà subito la possibilità di rifarsi una rimessa per il trattorino, una cantina, e subito si riavvia questo minimo di agricoltura con quel minimo di artigianato e commercio che alimenta, opportunamente con la primavera qua si chiude baracca: non saremo più abbastanza da permetterci manco un barbiere».

«Allora, addio grandi programmi incrementizi; e addio anche a questo progetto di trasformare tutta Conza vecchia in un parco archeologico a strati, una specie di Troia dell’Irpinia che è un progetto anche ottimo, peccato che invece di concretizzarsi si moltiplica, e invece potrebbe infilzare Conza nell’asse turistico Monticchio-Laceno, e potrebbe smuovere il terziario, e potrebbe qualificare giovani del posto l’archeologia, è impressionante quanto affascina i ragazzi che stavo dicendo? Niente: addio Conza! La gente è delusa nel cuore e se ne va».

Sperare è un vecchio vizio contadino. Ma ormai questi sono andati a lavorare in giro per mezzo mondo, e non si rassegnano più a fare dei propri figli «carne della speranza».

Il futuro della minima ed antichissima comunità conzana o comincia domani mattina, o non comincia più.

(“l’Unità”, 19 gennaio 1982)

DOLORE PER LA MIA TERRA

di Domenico Rea

come pagliacci di un circo equestre

in più soltanto un filo

di sangue dalla bocca.

Avevamo tutti in mente

un nome amato e invano,

sul momento,

qualcosa ce l’ha fatto dimenticare.

Mia figlia stava tessendo

pensando al marito in Germania.

Mia nuora stava scrivendo

a caratteri grandi l’amore

per mio figlio finito a Digione.

Avevo un nipotino sulle gambe

pieno di riccioli e bizze,

una pecora ai piedi e il cane

appoggiato sulla sua lana;

mentre io fumavo la pipa

nell’alta sera Irpina.

Sere di storie subite

e rimaste impunite.

sere di venti e tremiti

d’animali nei pagliai,

mescolate a magìe

pagane o cristiane.

Ma tutti avevamo fiducia

nella forza dei cieli siderei,

nell’osso che ci ha generati

cui stavamo aggrappati

come grappoli d’uva acerba,

tra i sassi che ci riscaldavano

insieme ai fagioli e ai ceci,

miti cibi come mangimi.

poi c’è stato l’evento,

nero furore profondo,

tra l’ictus e l’infarto,

un dubbio, come un peso

di una bilancia impazzita.

Ho sentito il passo di Pertini

e quello felpato del Papa,

ma né l’uno, né l’altro,

umane creature, avevano

unghie per scavarci.

e così siamo morti da emarginati

da antichi clandestini della storia.

(“Il Mattino illustrato”, 6 dicembre 1980)

IDENTITA’ E FEDELTA’

di Dante Della Terza

Anni fa, partimmo dai monti dell’Alta Irpinia per recarci ad affrontare gli studi universitari in città che ci parevano lontane ed irraggiungibili. Ci portavamo dentro, con l’umile coscienza della nostra inadeguatezza, la nostalgia delle nostre case, di volti noti ed amici, di gesti, di parole e di affetti nei quali ci riconoscevamo e ci rispecchiavamo. Quante volte abbiamo dovuto riconoscere che questa amorosa eredità che ci accompagnava fedele ed esigente non era il segno di una nostra insormontabile arretratezza, d’un nostro bisogno di rifugio in certezze ovvie, ma la nostra forza, la nostra stessa incancellabile identità?

Se è vero che si è sempre quello che si è diventati, noi non saremmo diventati mai quello che siamo, con le nostre asprezze e le nostre fedeltà, la nostra capacità di soffrire e di amare, di pensare e di agire senza la coscienza di questa appartenenza ad una terra veramente nostra nel ricordo; una terra che, attraverso gli amici che la abitano e la custodiscono, è partecipe della nostra vita, ci giudica nelle nostre azioni, ci incoraggia nelle nostre crisi, ci solleva dalle nostre cadute.

Un giorno del non lontano novembre ci siamo svegliati ad una realtà che ci pareva e ci pare incredibile. Una cieca forza si era abbattuta su uomini e cose e tutta l’Irpinia ne era stata scompaginata e sconvolta. Noi che non abbiamo sofferto nella carne lo strazio che le popolazioni hanno patito perché le vicende della nostra vita ci hanno voluto tenere lontani, siamo stati anche noi chiamati a curare le nostre ferite, le lacerazioni apportate dalla ferocia dell’evento al tessuto dei nostri affetti.

Oggi più che mai uniti con le popolazioni irpine alle quali abbiamo il doloroso orgoglio di appartenere, noi rivolgiamo commossi il nostro pensiero alla gente fraterna di S.Angelo, la città che ha aperto ospitale e materna le strade della vita alla nostra infanzia ed adolescenza, agli amici di Lioni, Teora, Torella, Guardia, Morra, ai nostri morti, così crudelmente sottratti al fervore delle loro attività, vivi per sempre nel nostro ricordo.

Per il rispetto che dobbiamo loro, vorremmo qui esprimere un augurio che assume per noi ogni giorno di più la forza cocente di un bisogno che è profonda affermazione di vita. Noi apparteniamo ad una gente antica che ha conosciuto attraverso i secoli la lotta contro una natura difficile, a volte intrattabile; una gente che non ama le parole superflue e asciuga di nascosto le proprie lacrime; che non si lascia vincere dalle iatture perché ha imparato a trovare solo in se stessa e nelle risorse del proprio coraggio la forza per la propria sopravvivenza.

Che l’amore per la nostra terra renda saldo, lucido ed ineluttabile il proposito più volte da noi espresso di ricostruire i nostri paesi. Che le difficoltà obiettive e lo scetticismo altrui non ci scoraggino. Che l’apertura e la disponibilità verso l’avvenire in cui crediamo si colorino della fedeltà alla nostra storia e al nostro passato.

(“Il domani”, giugno-luglio 1981)

E ORA CI SENTIAMO “PIU’ ITALIANI IN ITALIA”

di Dante Troisi

Caro Manzione,

perché rischiare di deformare, corrompere un lavoro costato tanto dolore?

Questo non è un libro che tolleri il sopruso di una prefazione. Non c’è niente da suggerire, aggiungere o interpretare in una cronaca così esemplare della nostra tragedia.

Senza retorica né pregiudizi, senza vittimismo né presunzione, raccogliendo, per molti e molti mesi, immagini, avventure, voci e silenzi delle persone, e persino il respiro della natura nelle diverse stagioni, tu e i tuoi collaboratori rendete sacra e intoccabile testimonianza delle speranze e delle delusioni, della rassegnazione e del coraggio della gente coinvolta nella spaventosa sciagura, e date il resoconto imparziale e completo di quanto è stato fatto, si sarebbe dovuto fare e ancora si aspetta che venga realizzato.

Ed è tale la partecipazione ad ogni momento della vicenda (sempre raccontata con pudore e umiltà), che davvero voi vi siete disseppelliti con i superstiti del terremoto, insieme con loro avete sperimentato le contraddizioni proprie di queste catastrofi: violenza e innocenza, sopraffazione e abulia, impegno e rinuncia.

Il vostro libro è un atto di amore per i sopravvissuti, e allora che cosa dire se non che contagi tutti e che abbia ragione il sindaco di Petruro, il più piccolo dei paesi devastati: «Siamo diventati più italiani in Italia e meno stranieri all’estero».

(Prefazione al libro di Gaetano Manzione Dai paesi del batticuore, edizioni…, novembre 1982)

TRA RASSEGNAZIONE E REALISMO

di Giuseppe Marrazzo

Sono passati due anni da quel tragico ventitrè novembre 1980.

Sono stati due anni di lotte dure, per i comitati dei terremotati, per i lavoratori delle fabbriche danneggiate dal terremoto, per i giovani due anni in cui non ha cessato di farsi sentire il peso dell’incapacità, delle lotte intestine, dei giochi di potere del governo centrale, ma anche dell’inadeguatezza, della pasticciona faciloneria del governo regionale, inadempiente cronico riguardo alle sue stesse promesse (formulate sempre con incredibile facilità).

Ma questi due anni sono stati anche quelli in cui a livello del governo regionale, come del potere degli enti locali, a cominciare proprio dalla partita della ricostruzione, del dopoterremoto, la camorra i suoi “imprenditori”, i suoi “uomini d’oro” hanno fatto sentire il loro peso. Abbiamo sentito qualcuno, anche qualche magistrato, affannarsi a dire che, tutto sommato, si poteva ritenere ancora salva dalle manovre camorristiche il mercato dell’edilizia e quindi della ricostruzione. Assurdo. Ma se numerose inchieste, condotte proprio dalla magistratura salernitana e anche napoletana, dimostrano il contrario? Ma se proprio “Dossier”, in una inchiesta dedicata ai ‘monopoli della mafia’, svelò i giochi esistenti tra il boss della camorra Rosanova ed alcuni comuni del nocerino sulla costruzione di alloggi per i terremotati (da pagare a peso d’oro?).

Ecco. A due anni di distanza dal sisma che provocò devastazioni in Alta Irpinia ed in Alto Sele, come del resto nelle province di Salerno e di Avellino, forse, possiamo dire che uno dei mali, dei guasti peggiori è l’assuefazione, la convinzione che le cose devono andare avanti così; male, per forza e ineludibilmente. È la cultura della rassegnazione che tanto assomiglia a quella omertà, e ne diventa parente stretta, fino ad indurre, anche chi ha intelligenza per capire e occhi per vedere, a dire che ‘no, certe cose non esistono’, anche se esistono, sono ‘immaginazione’ pur essendo cruda realtà, sono ‘di la da venire’, pur essendo in atto da tempo.

A voler fare un bilancio, a due anni dal terremoto potrebbe essere questo uno dei primi dati, poco entusiasmanti, che è necessario segnare.

Ma non basta. Proprio in questo stesso numero, avviando una indagine sul funzionamento del comune di Salerno, segnaliamo il caso scandaloso di una scuola prefabbricata mai allestita per una vicenda incredibile di inadempienze. Quale danno quel mancato insediamento abbia provocato è sotto gli occhi di tutti: tutti possono vedere e subire a Salerno doppi turni e coabitazioni tra studenti e terremotati, strutture scolastiche fatiscenti e al limite della vivibilità.

Ma non è finita. E il caso dei 774 alloggi in prefabbricato pesante che dovevano essere costruiti già mesi e mesi fa (sempre dal Comune di Salerno)?

Vorremmo avere la straordinaria facoltà di leggere nel futuro e magari nelle urne elettorali per poter sapere a chi quelle 774 famiglie faranno pagare quei ritardi questi disagi subiti in anni e anni di ‘vita da terremotati’. Ai partiti della maggioranza, reali colpevoli di tutto? O, magari, per esempio ad un partito come il PCI, colpevole solo di non avere la bacchetta magica o, magari, il governo. E nel cratere? Avete assistito agli incredibili giochi di prestigio che il sindaco Dc di Valva ha compiuto nell’assegnare i prefabbricati? O forse sarebbe meglio dire che ha mostrato la sua incredibile abilità nel popolare gioco delle ‘tre carte’!

E alla fine contro la gente che protestava sono stati mandati i carabinieri: un altro dei frutti della ‘squisita sensibilità del prefetto Fasano, già mirabilmente espressosi col più totale disinteresse, nella vicenda della Fulgor di Fisciano.

Se c’è un bilancio da fare, quindi non è certo positivo.

Bisogna rassegnarsi? No, solo essere realisti. E ricordarsi che, come abbiamo dimostrato sopra, di cose per cui lottare ce ne sono. Si tratta di rimarcare solo il margine netto, la distanza tra rassegnazione e realismo. Esistiamo anche per questo.

(“Dossier Sud”, 19 novembre 1982)

Militari dell’Esercito al lavoro nelle zone colpite dal terremoto in Friuli Venezia Giulia del 6 maggio 1976. ANSA/ US ESERCITO +++ NO SALES – EDITORIAL USE ONLY +++

AVELLINO PERDUTA

di Carlo Muscetta

(…) Percorrendo la nuova Avellino, tu non mancasti di mostrarmi qualche bel quartiere, dove l’interesse privato una volta tanto non aveva prevaricato su quello pubblico. Ma lungo le vie del cemento ben rari spazi erano stati lasciati alla vecchia Avellino: pochi alberi di un lussureggiante parco, il “vasto Capozzi” e qualche rudere di tufi.

Poi imboccammo la strada che Bernardo Tanucci lanciò da Napoli alla Puglia per i progressi civili del regno di Carlo III.

Fra i tanti “concessionari” di auto e fra un supermarket e l’altro, a stento erano riconoscibili le taverne delle antiche “poste”. Si inseguivano i micrograttacieli e le variopinte insegne dove si esalta il consumismo e si sfoggia tutto l’extra-italiano che si può nella periferia dell’impero americano.

Sui miseri vecchi relitti si sfogavano epigrafi sfregnanti. “Scriveteli addosso a noi i vostri sberleffi, noi cultori di ciò che è finito per sempre!” (avrei voluto gridare).

Tornai a casa affranto. Non ne potevo più di andare in giro tra quegli sconci edifizi, dove sarebbe difficile valutare chi abbia prodotto più danni, se i bombardamenti a tappeto dei liberatori, o il terremoto, o le rifiorenti camorre dei ricostruttori. (…)

(da L’erranza, Il Girasole edizioni, lettera a Giovanni Pionati)

ANCHE I SEGNI DELL’ANTICA MISERIA

di Manlio Rossi-Doria

Il terremoto in Campania e in Basilicata ha posto il Paese di fronte non ad uno solo, ma a molti e diversi problemi. Una chiara distinzione va fatta tra le zone interne povere più duramente colpite e numerosi comuni, piccoli e grandi, variamente danneggiati in un’area molto più vasta.

Nelle zone interne più duramente colpite sia gli interventi di emergenza che la ricostruzione vanno sin dall’inizio impostati nel quadro e in funzione di un piano di sviluppo e di riassetto integrale del territorio che cancelli a conforto della memoria dei morti insieme con i segni del terremoto anche quelli dell’antica miseria. Nei comuni altrove danneggiati questa esigenza non c’è. I loro problemi di fondo restano, infatti, quelli di prima con l’aggiunta dei danni da riparare, di una maggiore sicurezza da garantire e, per breve periodo e solo in alcuni luoghi, di una situazione di emergenza da affrontare ordinatamente con forze proprie.

Nei provvedimenti finanziari che il governo ha in preparazione sarà, quindi, non dico opportuno, ma indispensabile tenere chiaramente separati i finanziamenti per affrontare le due distinte situazioni. Per i comuni sparsi nella vasta area circostante l’area interna devastata occorreranno certo stanziamenti notevoli, l’importante sarà di assicurare che la ripartizione fra i danneggiati, con i delicati problemi di equilibri, controlli e parsimonia che essa comporta, eviti quel che spesso è successo in passato che i furbi abbiano troppo e i più bisognosi restino a bocca asciutta.

Il grosso degli stanziamenti tuttavia, questa volta dovrà essere destinato a una organica politica per le zone più duramente colpite.

Il tremendo dramma del terremoto di domenica scorsa ha presentato all’improvviso agli occhi e alla coscienza degli italiani, oltre che la visione terribile della catastrofe, il gravissimo problema delle zone interne povere del Mezzogiorno d’Italia, dalle quali sono partiti tra il 1950 e il 1970 tre dei quattro milioni di emigrati meridionali. Che hanno in larga misura reso possibile in quegli anni lo sviluppo industriale del nord dell’Italia e d’Europa.

I paesi che il terremoto ha devastato nell’alta Valle dell’Ofanto, nell’alta Valle del Sele e nell’alto Potentino centro-orientale sono tra quelli nei quali più alto è stato allora il tasso di emigrazione: il saldo migratorio 1951/71 è stato di 65.000 unità su una popolazione al 1951 di 135.000 abitanti.

Tuttavia al momento del disastro tutte e specialmente l’alta Valle dell’Ofanto che io ben conosco, dove sono stato per due giorni dopo il disastro e dove le perdite umane sono state maggiori erano in una fase di notevole attività e in netta ripresa per effetto appunto dell’emigrazione, delle migliorate comunicazioni e fors’anche della congiuntura legata all’inflazione. Rispetto ad altre zone interne meridionali queste sono relativamente meno povere e, malgrado le loro caratteristiche di zone montane, si prestano a notevoli sviluppi se una adatta politica venisse in esse realizzata. Qualsiasi idea di abbandono o di trasferimento sarebbe qui come l’esperienza insegna una follia. È necessario quindi avvalersi della tragedia del terremoto e della necessità della ricostruzione per puntare, nei modi opportuni in parte già progettati, sul possibile nuovo assetto agricolo-industriale di questi territori.

Di questa prospettiva mi sono occupato in passato e considero possibile qui uno sviluppo positivo se si saprà impostare la politica adeguata.

Di ciò sarà tuttavia opportuno parlare in altra occasione.

Intanto è necessario prepararsi e definire, a ragion veduta e con idee chiare, tempi, modi e costi degli interventi nelle tre successive fasi: emergenza, sistemazione provvisoria invernale, avvio a primavera della ricostruzione legata allo sviluppo. I tempi sono e debbono essere mantenuti stretti, riconoscendo, però, che più che materialmente non siano ancora mentalmente pronti ai compiti tanto complessi, molteplici e nuovi che il dramma ha imposto.

Con riferimento all’unica grande unità irpina che comprende l’alta Valle dell’Ofanto, la zona del Terminio e l’alta Valle del Sele per oltre novantamila ettari, occorre sin dall’inizio affrontare i problemi in modo diverso a seconda che ci si riferisca ai comuni distrutti e gravemente disastrati (nei quali ricade il novanta per cento delle vittime totali) o a quelli meno colpiti o quasi intatti.

La canzone dei Molotov d’Irpinia dedicata alle vittime del terremoto

Nei primi, la popolazione, falcidiata dalla morte ha una vita tanto sconvolta da rendere indispensabile per molti mesi il prevalente intervento esterno sia pubblico, che privato. Nei secondi, all’inverso, si può e si deve sin da ora fare prevalente assegnamento sulle forze locali e su di una parte degli emigrati che volontariamente accettino di ritornare e partecipare alla ripresa.

Nell’uno e nell’altro caso, gli aiuti esterni dovranno attuarsi in modo che i superstiti primi e durevoli della realizzazione, dopo la sciagura, del nuovo possibile migliore assetto economico, residenziale e civile.

Ciò richiede però che l’aiuto esterno abbia carattere di continuità, sia realizzato con l’opera di gruppi organizzati di volontari civili delle altre regioni d’Italia; che i soccorsi siano adeguati, adatti, continuativi e distribuiti con rigorosa equità sotto il pubblico controllo; che l’azione dello Stato e della Regione nei campi di loro diretta competenza sia pronta, non burocratica e affidata a funzionari onesti e efficienti.

Ciò potrà essere, in particolare, possibile se i mezzi finanziari destinati al soddisfacimento della fondamentale esigenza la ricostruzione e la riparazione delle case saranno con procedure semplici messi direttamente a disposizione degli interessati, i quali possono essere i migliori, più rapidi e più economici costruttori e riparatori, senza l’interferenza dei meccanismi burocratici e clientelari, evitando la piaga dei grossi appalti edilizi che in questo caso sarebbero del tutto fuori luogo ed assurdi. Naturalmente ciò richiede che, oltre ai muratori già operanti e rapidamente formabili sul posto, essi possano utilizzare i servizi di nuclei di tecnici specializzati nella progettazione e nella attuazione degli schemi antisismici, nella realizzazione di alcuni impianti più complessi e che abbiano accesso senza intermediari ai materiali di costruzione, agli infissi e alle apparecchiature migliori.

Sono queste le prime, discutibili indicazioni sino all’inizio del nuovo anno. Allora infatti si dovrebbe chiudere la prima fase della emergenza straordinaria in corso di realizzazione grazie all’ammirevole solidarietà di tutti, italiane stranieri, e alla abnegazione dei pompieri, delle Forze Armate e dei numerosissimi volontari organizzati ed individuali. La decisione del governo di affidare l’oneroso compito del coordinamento degli interventi ad un uomo sperimentato qual è l’onorevole Zamberletti non può che essere approvata. La sua opera è seguita con ansia e con fiducia. Siano in attesa di conoscere le sue azioni e le sue proposte per meditarle con l’attenzione ed il rispetto che meritano. Quando saranno note, sarà anche opportuno seriamente, commentarle e al caso criticarle. Ma per ora è presto.

Non è, tuttavia, forse troppo presto per suggerire a lui e a coloro che con lui più direttamente collaborano di tenere sempre presente che l’Irpinia e l’alto Potentino non sono il Friuli; che le popolazioni oggi colpite nelle povere zone dell’Appennino hanno reazioni, mentalità e consuetudini molto diverse da quelle da lui sperimentate nella zona non ricca ma da tempo in pieno sviluppo agricolo-industriale che il terremoto colpì quattro anni or sono nell’estremo lembo nord-orientale del Paese.

Forse non è neppure troppo presto per suggerire a lui di meditare il significato di quello che sta avvenendo in questi giorni. È la prima volta, forse, nella storia del Paese, che l’Italia del Nord e del Centro stanno venendo incontro a quella del Sud, del più povero ed ignorato Sud, non aveva avuto modo di manifestarsi. Questo incontro civile tra settentrionali e meridionali va rispettato, aiutato e stabilizzato, perché ne può venire per tutti un bene enorme; importante, in particolare, è che esso si prolunghi nel tempo, oltre la prima fase dell’intervento, quando le altre forze e in particolare le meritevoli Forze Armate dovranno in massima parte essere ritirate per lasciare solo spazio ad una ricostruzione e ad uno sviluppo economico-civile fatto da e tra civili.

(“Corriere della sera”, 30 novembre 1980)

NIENTE CORVI SUL DISASTRO

di Indro Montanelli

Crediamo che i lettori ci esenteranno volentieri dalle parole di rito che le sciagure nazionali rendono obbligatorie, ma appunto per questo anche fastidiose. Riteniamo sottinteso che tutta la Nazione fa suo il lutto delle popolazioni colpite dal disastro, e si sente impegnata a unire le sue forze e i suoi sforzi per farvi fronte. Nel momento in cui scriviamo, le dimensioni della catastrofe non sono ancora accertate: ci vorranno parecchi giorni prima che se ne possa fare un bilancio anche approssimativo. Ma sappiamo che si tratta, come numero di vittime ed entità di danni, di uno dei più grossi disastri, forse il più grosso del dopoguerra, e che per ripararlo ci vorranno non anni, ma lustri.

Questa è la prima cosa di cui dobbiamo persuaderci a scanso, o almeno a prevenzione di equivoci e malintesi. Nessun titolo ci qualifica ad impartire ordini o consigli. Ma crediamo sia nostro diritto appellarci al senso di responsabilità dei nostri colleghi della stampa, della radio, della televisione; e insomma di tutti i cosiddetti mezzi di comunicazione perché fin da domani non si cominci a parlare, come purtroppo si è fatto in altre occasioni, di «rabbia» dei sinistrati per la mancanza di servizi di emergenza, per la lentezza dei soccorsi, per le baraonde che fatalmente si verificheranno sulle strade intasate, per le lentezze della burocrazia eccetera. Abbiamo abbastanza buona memoria per ricordarci cosa avvenne al tempo del Friuli. Ci fu persino chi accusò lo Stato di non aver predisposto i mezzi per prevedere il terremoto, come aveva fatto il lungimirante governo cinese ordinando in tempo lo sgombero di una zona pericolante. Poi si seppe che in quella zona erano morte oltre centomila persone perché nessuno aveva previsto nulla. Ma questo non diminuì la «rabbia» di certi giornali e giornalisti che continuavano ad aizzarla contro le deficienze e inefficienze dei pubblici poteri. E fu buon per tutti che i friulani, gente pacata e riflessiva anche nella sventura, non se ne lasciassero contagiare.

Di deficienze e inefficienze ce ne saranno anche stavolta, anzi più di allora perché nel frattempo i servizi pubblici, lungi dal migliorare, sono peggiorati; perché la zona più colpita è più vasta e impervia del Friuli, di più difficile raggiungimento, di minori risorse anche umane, e perché i suoi centri abitati sono fungaie e termitai di costruzioni sconnesse e friabili. Quindi prepariamoci a ogni sorta di ritardi e sfasature, che noi ci riserviamo di segnalare e criticare. Ma senza rabbia. Perché di rabbia questo non è tempo.

«Che non sia un altro Belice», ha scritto a botta calda un giornale. E noi siamo d’accordo. Ma non siamo d’accordo sul sottinteso polemico di queste parole perché dobbiamo affrettarci ad aggiungere che per non fare un altro Belice, lo Stato non basta. Oramai bisogna avere il coraggio di dire le cose come stanno. E le cose – per amaro che sia il doverlo riconoscere – stanno così. Lo Stato, è vero, non fece nel Belice tutto quello che poteva e doveva fare. Ma nemmeno la popolazione fece tutto quello che poteva e doveva fare. Preferì afflosciarsi nelle braccia dello Stato nella convinzione che toccasse solo allo Stato rifonderla, se non dei lutti, dei danni subiti.

Non vogliamo provocare polemiche prima ancora di aver seppellito i nostri morti, che devono unirci, non dividerci. Contiamoli. Piangiamoli. Eppoi al lavoro: tutti, e senza rabbia.

(“Il Giornale nuovo”, 25 novembre 1980)

VIA I BORBONI, TORNI GARIBALDI

di Eugenio Scalfari

Adesso è il grande momento della solidarietà nazionale, ma passerà presto. Del resto, basta ricordare: quando Garibaldi sbarcò a Marsala e poi vinse a Calatafimi, tutta la borghesia liberale del Nord fu con lui di slancio e a Palermo principi e baroni misero le coccarde tricolori e il fazzoletto rosso al collo. Poi venne Bronte e le repressioni della Ducea, e il garibaldino Bixio ne fu uno degli esecutori.

Il grande momento della solidarietà nazionale passerà presto, ma gli effetti di questo terremoto no, non passeranno. Effetti economici, effetti politici, effetti morali. Ci sono due ragioni prostrate, paesi rasi al suolo, una città enorme come Napoli che sembra tornata ai tempi del dopo-guerra, altre come Potenza e Avellino, colpite nelle loro più vitali radici, risorse distrutte per migliaia di miliardi.

Quando la notte di domenica arrivarono le prime terribili notizie e i giornali fecero partire gli inviati, il commento che ci scambiammo a caldo fu: lo scandalo dei petroli scomparirà dalle prime pagine. Ma non si era capito che lì, quella notte, si apriva un processo di dimensioni infinitamente più grandi, che coinvolgeva la responsabilità di tutti, della classe dirigente nel suo insieme, politici, amministratori, imprenditori, intellettuali, ma che tuttavia avevano un soggetto bene individuato: e cioè il gruppo che guida da trentacinque anni il paese e le clientele che nel Sud l’hanno rappresentato.

Sono ormai dieci giorni che questo processo si sta svolgendo sotto l’occhio impietoso della televisione e sulle pagine dei giornali, dinanzi a trenta milioni di italiani.

In questi dieci giorni abbiamo imparato o ricordato più cose che se avessimo letto una biblioteca intera. Abbiamo visto come non ha funzionato lo Stato centrale e come si siano dissolti nel nulla i suoi organi periferici.

Abbiamo visto inoltre i prefetti sostituiti dai generali; gli organi di rappresentanza regionale incapaci non solo di attuare ma addirittura di concepire un piano d’emergenza; abbiamo visto il cemento delle case armato non di tondino ma di sottile fil di ferro.

Ma quel ch’è peggio, abbiamo visto la sfiducia profondissima, invincibile, delle popolazioni di fronte allo Stato. Dello Stato non si fidano, quei pochi sassi ancora in piedi non li vogliono lasciare, sui camion militari non vogliono neppure salire. E siamo in province che da trent’anni sono il serbatoio di voti della Dc, zone di clientele formidabili, Potenza, Salerno, Castellammare, Avellino, Napoli, nomi di città e nomi di persone.

Altro che Lockheed, altro che petroli! Si è consumato in quei 57 tremendi secondi e negli effetti che ne sono seguiti, un fallimento storico, s’è avuta una conferma d’uno sviluppo distorto, d’una corruzione e d’un lassismo morale immensi, che partendo dalla classe dirigente hanno contagiato perfino una parte delle vittime di quelle corruzioni, degradandone i comportamenti e confinandoli nell’inerzia e nel più sterile sbigottimento.

S’è detto che il terremoto è stato un altro 8 settembre. È giusto il paragone. Ma attenzione: a causa dell’8 settembre fu tolta di mezzo la monarchia, prima della coscienza dei cittadini e poi nel referendum del 2 giugno. Seguirà questa volta qualche cosa di analogo?

È chiaro a tutti che la ricostruzione non potrà essere affidata ai normali organi della pubblica amministrazione. Bisognerà creare grandi e straordinarie Agenzie che mobilitino uomini, capitali, progettazioni, capacità imprenditoriali. Bisognerà invertire la tendenza che nei vent’anni che ci stanno alle spalle aveva trasferito la popolazione attiva al Sud al Nord. Bisognerà cambiare il tipo di sviluppo. Dopo tante chiacchiere sprecate al vento, è arrivato il terremoto a costringerci a questo mutamento.

Sentiamo già l’obiezione che può essere opposta: tra quattro o cinque mesi tutto sarà dimenticato, avremo un’altra sacca di miseria in più cui provvedere con elemosine nazionali e tutto riprenderà come prima. Obbiezione non solo cinica ma in questo caso di assai corta vista. Questa volta non è il Belice e tanto meno il Friuli. Qui ci sono trecentomila senza tetto su un territorio più grande di tutto l’Abruzzo. Se non si provvede presto e bene, ci saranno conseguenze terribili sull’ordine pubblico. Del resto, in quelle selve e su quelle montagne, l’ombra del brigantaggio non è ancora dimenticata.

Dunque, bisogna muoversi. Ed è chiaro che ci vorrà una volontà politica di ferro, un impulso giacobino per spostare risorse, amministrarle con giustizia, impedire che agli sciacalli delle prime ore si sostituiscano, dopo, le fameliche clientele di sempre. Sicché, riproponiamo la domanda: chi guiderà quest’opera che presuppone un impegno immenso?

Finora le forze politiche non hanno fornito una risposta. Il presidente del Consiglio si è limitato ad invocare indulgenza, adottando più o meno lo slogan “non parlate al manovratore”. Slogan frusto, slogan pericoloso. Gli altri non sono rimasti muti. Un solo partito ha offerto una piattaforma nuova, lanciando la proposta dell’alternativa democratica alla Dc: il partito comunista.

È da anni che la parte più attenta della pubblica opinione invitava il Pci su questo terreno, è da anni che lo si voleva far uscire da mezzo il guado. Rifiutava testardamente, quasi che si volesse attentare alla sua natura e alla sua storia. Adesso Enrico Berlinguer, sotto la spinta delle circostanze, si trova a dover imboccare, con grande ritardo, una politica che non era la sua, e senza aver del tutto creato le condizioni per poterla credibilmente portare a compimento. Non avevamo dunque torto quando scrivevamo che i tempi del partito comunista erano terribilmente in ritardo rispetto ai bisogni del paese.

Ma non è lamentando ritardi ed insufficienze che verranno a capo del problema, bensì spingendo il Pci a compiere in fretta la strada che ancora deve percorrere per costruire il grande disegno dell’alternativa democratica. Se il terremoto ha aperto il processo contro la classe dirigente, esso impone anche al Pci di bruciare i tempi e di adeguare se stesso alle circostanze. Diciamo francamente: d’un Pci come quello che abbiamo conosciuto negli anni dell’unità nazionale, non sapremo che farcene. Ci vuole un Pci preparato, europeo nei programmi e nello spirito, meno chiesa, meno ideologia. Le mani pulite ce l’ha, il resto ce l’ha soltanto in parte e non basta.

Ma grandi sono anche le responsabilità dei socialisti e dei laici. Craxi non s’illuda di poter misurare col bilancino del farmacista le frasi dei documenti comunisti, per stabilire se gli sono bastevoli. E non s’illudano socialdemocratici, repubblicani, liberali, di defilarsi in attesa di tempi migliori. Non ci saranno tempi migliori.

La risposta che i socialisti e i laici debbono dare non è se possono costruire insieme al Pci un’alternativa democratica che coinvolga la grande maggioranza del paese in un programma di rilancio e di pulizia morale, ma se possono far questo con la Dc, dopo un’esperienza che dura dal 1984 per alcuni, dal 1962 per i socialisti.

Se socialisti e laici confermeranno l’alleanza con la Dc, è chiaro che non esisterà, questa volta, prova d’appello e via di ritorno, perché è la situazione che non lo consente. Sarà una prova finale, e se fallirà, avrà fallito purtroppo la democrazia repubblicana.

Chi deve decidere abbia ben presente che questi, e non altri, sono i termini stretti del problema.

(“La Repubblica”, 2 dicembre 1980)

QUEI PRESEPI FANNO COMODO

di Leonardo Sciascia

I paesi-presepi: una delle espressioni più retoriche e mistificanti che siano venute fuori su questa grande tragedia del terremoto. Chi la legge o la sente non sa precisamente cosa vuol dire, ma intravede l’idillio, la serenità, la semplicità, la sicurezza dei rapporti umani, la genuinità delle cose oltre che degli uomini, il silenzio.

Suggestionati dal fatto che la catastrofe è giunta improvvisa a cancellare tutto, si è quasi portati a credere che abbia cancellato quel particolare tipo di vita: la vita da presepe nei paesi-presepi. Ma basta un momento di distacco, di riflessione, per prendere coscienza che quel tipo di vita già da un pezzo era stato cancellato. Quelli che ora si chiamano paesi-presepi già rigurgitavano di automobili, di televisori, di elettrodomestici, di abusi e scempi edilizi, di fragori, di prodotti industriali di pane fatto con improbabile farina e di formaggi fatti con probabili veleni. Come ogni altro paese italiano grosso, piccolo o minimo. E – si capisce – di corruzione: come le grandi città, le regioni e l’intero Paese.

Ma questa espressione non è per commozione o impeto retorico che galleggia nei titoli dei giornali o vien fuori dolente dalle voci dei cronisti e commentatori radiotelevisivi. Nasconde un’intenzione, una volontà: di far sì che tutti, e specialmente i sopravvissuti, si abbarbichino all’idea di ricostruire i presepi, la promuovino, la propugnino. I paesi-presepi votano, i paesi-presepi sono collegi elettorali: da mantenere così come sono, reticoli clientelari tra i più sicuri. Per tale intenzione, per tale volontà, l’esodo viene, a quanto pare, scoraggiato: un esodo che si rende, almeno provvisoriamente, necessario.

A meno che non si voglia aggiungere al disastro una serie di casi disastrosi.

I paesi vanno ricostruiti, ma non come presepi. I presepi esistevano quando si andava dal fornaio con un chilo di grano e se ne aveva in cambio un chilo di pane. Oggi un chilo di grano vale 150 lire e un chilo di pane mille. È un piccolo enorme fatto da tener presente, quando si parla di paesi-presepi, terra, agricoltura, mondo contadino e cultura contadina.

(“Il Mattino”, 4 dicembre 1980)

LA MEMORIA E LA SCIENZA

di Antonio La Penna

I compiti essenziali di questo convegno toccano a uomini di scienza: geologi, economisti, giuristi: è giusto, ed è anche un segno della serietà con cui l’Istituto Gramsci ha preso l’iniziativa.

Io sono completamente d’accordo con l’impostazione che si è data ai rapporti fra scienza e politica: rapporti necessari, ma anche di reciproca autonomia. Ero d’accordo anche prima, ma naturalmente sono lieto di constatare che c’è una generale convergenza. Il contributo di un homme de lettres piuttosto ozioso come me non può essere che irrilevante. Essendo nato in un paese vicinissimo alla zona più tragicamente colpita, mi rifarò alla mia esperienza remota e limitata e aggiungerò, con franchezza e lealtà alcune riflessioni, inevitabilmente condizionate dal mio orientamento politico.

Per chi è nato nell’Alta Irpinia da oltre cinquant’anni, il terremoto è stato una tragedia meno imprevedibile. Da ragazzo sono passato attraverso il terremoto del 1930; anzi questo è uno dei ricordi meno stabili della mia infanzia. Più volte mi è tornata in mente la notte in cui mia madre, spaventata, mi avvolse precipitosamente in un materasso e mi portò a dormire sotto gli olmi. Eravamo in campagna, di luglio: questa volta si è aggiunto anche il gelo dell’inverno. Seguì un breve periodo passato sui prati, sotto le tende: un ricordo quasi idilliaco, diversissimo da quello che lascerà in tutti questa tragedia che ora pesa sulla Campania; ma, intendiamoci, c’era tragedia anche allora. A Bisaccia vidi qualche casa povera sventrata dalle cosse; solo più tardi capii quale disastro aveva schiacciato altri paesi, per es. la vecchia Carbonara, che il regime fascista aveva ribattezzato col nome di Aquilonia, forse per ricordare una celebre sconfitta dei Sanniti, schiacciati dalla potenza di Roma.

A Sant’Angelo dei Lombardi compii i miei studi di base, dopo le elementari, cioè il vecchio ginnasio: pochi luoghi mi sono così cari nel ricordo. Capoluogo del circondario, sede di tribunale e di vescovado, la piccola Sant’Angelo era una metropoli per noi che non avevamo mai visto una città. Dopo la faticosa salita, dopo la svolta che era in cima alla salita, s’imboccava un corso arioso, quasi elegante, che costeggiava una larga piazza: questo piccolo centro colpiva per la sua civiltà dignitosa, per la sua signorilità. Il centro storico, castello, curia vescovile, ginnasio annesso alla curia, aveva, naturalmente, un aspetto più austero, a tratti quasi tetro. Credo che ora il vecchio e il nuovo siano confusi nel disastro e nelle macerie.

Questi ricordi apparivano divagazioni letterarie; ma un altro ricordo, connesso a questi, potrà riuscire significativo anche per voi. A Bisaccia, dopo il terremoto, furono costruite, nella parte più alta, lungo la strada di Lacedonia, alcune casette antisismiche (credo che esistano ancora): una fila squallida, che emanava grigiore e miseria; ma, sia in paese sia in campagna, c’erano tuguri molto peggiori. Contemporaneamente nacque, ed ebbe persino un inizio di realizzazione, un disegno molto più ambizioso: si progettò di ricostruire il paese ad alcuni chilometri di distanza. Va ricordato che Bisaccia è costruita in zona franosa: le frane minacciano buona parte del dorso di collina a cui la povera Bisaccia è appesa: da una stagione all’altra più di metà del paese potrebbe scivolare a valle e mettere a riposare le sue rovine nel letto del torrente che attraversa la vallata.

Non posso giudicare se il progetto fosse adeguato, se il luogo scelto per il trasferimento fosse quello giusto; comunque l’impresa fu un misero aborto: si costruì qualche strada, s’innalzo un edificio scolastico; poi tutto si fermò. Vennero le guerre coloniali, e costruirono strade romane in Etiopia; venne la seconda guerra mondiale, e distruggeranno mezza Italia. Il “piano regolatore” (con questo nome, da circa cinquant’anni, si indica il luogo) è oggi, a quanto mi dicono, un po’ più popolato; ma ancora oggi è, per i bisaccesi e per altri della zona, un simbolo: simbolo della velleità, dell’inefficienza, dell’inerzia dello stato; simbolo dello spreco (anche quel poco che si è speso, è stato speso inutilmente); simbolo di un immobilismo di secoli. È naturale che oggi ci si chieda se il “piano regolatore” di Bisaccia non sia destinato a diventare un simbolo perpetuo, è naturale che parli a chi vi passa come un augurio sinistro.

Le responsabilità politiche che hanno aggravato ed aggravano il disastro, sono state denunciate ampiamente e autorevolmente: ben poco io potrei aggiungere. Condivido la denuncia del “sistema di potere”; credo che pochi in Italia ne conoscano meglio degli Irpini l’efficienza e i guasti. Si capisce che il concetto di “sistema di potere”, sistema che ha radici storiche molto anteriori al regime democratico, non deve ridursi a un concetto moralistico: il “sistema di potere” è un blocco sociale, una ricomposizione del fronte dello sfruttamento con una adeguata strategia. È stato giusto di non fare di ogni erba un fascio: è stato giusto con coinvolgere nella condanna del “sistema di potere” tutte le forze cattoliche, non servirebbe molto la condanna di singole personalità come tali.

Anche fra i dirigenti irpini della DC vi sono uomini di alto livello per intelligenza politica e per cultura; neppure in questa occasione io negherò la grande stima che nutro per qualcuno di essi; ma proprio per il loro livello politico e culturale essi possono rendersi conto di ciò che il ”sistema di poter” implica: strozzatura per la crescita di ogni coscienza politica, degradazione morale e culturale che attacca tutto il corpo della società, pratica di ingiustizie e discriminazioni che non si ferma davanti a nessuna sofferenza e nessuna tragedia, sfiducia nelle istituzioni e nello stato. Una vecchia amicizia, che risale fino all’adolescenza e che non ho mai rinnegata, mi ha legato a Fiorentino Sullo, un tempo il leader più intelligente e colto della DC irpina, un uomo politico molto superiore alla media; ebbene, quanto tornavo in Irpinia e potevo toccare da vicino la pratica locale del potere, mi domandavo come si potesse essere uomo di sinistra e progressista a Roma e cercare l’appoggio di camorristi ad Avellino o a Salerno. Non era una farsa: per quanto inesperto, capisco le dure necessità della politica; ma la contraddizione resta, e il giuoco non può dare buoni frutti o, almeno, non può fruttare progresso per l’Irpinia.

Il mutamento di rotta della sinistra, in cui si colloca questa rinnovata ed energica denuncia del “sistema di potere”, risponde a bisogni politici e sociali profondi e riscuote larghi e giusti consensi. Se si toglie una certa nebulosità, che comporta anche equivoci moralistici, non vedo verso quale altra meta si possa andare se non verso un’alternativa di sinistra. Ben venga, appena sarà possibile, l’alternativa. Personalmente non credo che l’alternativa significhi il ritorno sulla via del socialismo. Nel periodo che va dalla fine della guerra ad oggi, il socialismo non ha perduto delle battaglie, ma ha perduto una guerra (si può parlare di sconfitta “storica”) e bisogna ricominciare quasi da zero. Le ragioni sono planetarie, e non si possono far ricadere su un singolo partito. Sulla rinascita del socialismo anch’io sono ottimista, ma nel modo in cui lo era il vecchio Lukacs: essendogli stato chiesto una volta se sul futuro del comunismo fosse ottimista o pessimista, rispose che era ottimista, rispose che era ottimista, ma per il duemila; poiché dal duemila ci separa appena un ventennio, diciamo per il duemila inoltrato. Ma non sono qui per disputare sulla via al socialismo: al contrario voglio dire che di fronte a questo disastro anche ci è incallito in dispute del genere, si accorge, se non è incretinito, che intanto ci sono problemi terribili e urgenti da risolvere; l’Irpinia devastata non può aspettare che le nostre dispute ideologiche, anche quando non sono futili, siano concluse.

Uno dei miei figli, che è andato a lavorare a Lioni nei giorni di Natale, non si è chiesto sotto quale bandiera fosse organizzata la sua squadra di soccorso. Siamo pronti a imparare dai giovani, che in queste occasioni fanno rinascere la fiducia nella vita. Né le droghe né la barbarie politica hanno distrutto la loro generosità e la loro capacità di abnegazione: per uscire dalla disperazione basta che abbiano davanti a sé compiti precisi e convincenti. Ora anche per noi vecchi ci sono compiti precisi e terribili, intorno ai quali ci si deve raccogliere per una collaborazione leale; e sono ben convinto che per collaborare bisogna essere organizzati: le proteste e le iniziative individuali non servono. Esprimerò solo qualche opinione, riagganciandomi sempre alla mia esperienza personale.

Subito dopo il terremoto c’era serio pericolo di causare traumi psicologici di massa: per fortuna sono stati evitati. L’ostinazione degli Irpini a restare accanto alla loro casa distrutta, affrontando il gelo dell’inverno sotto la tenda o in roulotte, ha lasciato sconcertati gli osservatori; non ha sorpreso, però, chi è nato in Irpinia. Mio padre ha superato i novantadue anni: vuole morire nella casa dei suoi padri, anche sotto le macerie: per nessuna ragione si trasferirebbe, neppure nella casa dei suoi figli. Se avesse venti o trent’anni di meno, sarebbe lo stesso: fuori nella sua campagna sarebbe un pesce fuor d’acqua: questa metafora banale è in questo caso rigorosa: voglio dire che tutto il suo tessuto psicologico e morale ne verrebbe distrutto. Non è tanto facile capire e spiegare questa psicologia, tanto meno giustificarla. Per il piccolo proprietario irpino il nucleo familiare e l’economia domestica in cui il nucleo l’unico terreno solido: tutto ciò che è al di fuori di questa piccola sfera, è lontano e incerto. I rapporti con la società, le istituzioni, lo stato sono precari: spesso sono rapporti di diffidenza e di ostilità. Lo stato è ancora l’organismo misterioso che riscuote le tasse, chiama i figli a fare il soldato, li manda in guerra e al macello: una banalità, ma una banalità terribilmente vera (un’alta percentuale delle verità è banale). Anche il boss politico a cui si chiedono i favori, è temuto, ma non riscuote nessuna fiducia: certamente non suscita rispetto morale nel contadino del sud.

L’emigrato ha spesso, anche se non sempre, come unico punto di riferimento il nucleo dell’economia domestica: torna alla sua terra, vi si costruisce una casa più comoda, cerca di ampliare la sua piccola proprietà. Disastri come il terremoto mettono meglio alla luce le condizioni permanenti della storia, i fattori di lunga durata, di secoli o di millenni. Chi viaggia attraverso i Balcani, per es., si accorge facilmente quante differenze vi siano, dopo oltre mezzo secolo, fra i paesi usciti dal dominio turco e quelli usciti dal dominio austriaco: eppure hanno subito mutamenti economici e sociali profondi. L’autarchia (o autarcia, come amava dire Einaudi) del contadino e piccolo proprietario del sud, autarchia in parte illusoria, ma con un suo significato morale e affettivo, è stata toccata dai mutamenti politici e di costume meno di quanto non si creda. Questi nuclei morali e psicologici vanno rispettati: troppe pressioni o la violenza causerebbero traumi insuperabili e una lunga tragedia.

Il problema delicatissimo è di evitare questi traumi pur trasformando decisamente l’economia della zona. La piccola proprietà agricola, nell’alta Irpinia generalmente priva di culture intensive, è in crisi profonda da lungo tempo e non può continuare: credo che nessuno si proponga ragionevolmente di restaurarla. Io conosco l’enorme spreco di energie, di pazienza, di tenacia, di ingegnosità che ha richiesto il sistema della piccola proprietà agricola. Dalla mia infanzia ricordo la trebbiatura col pezzo di tufo tirato dai buoi o dai muli o da cavalli; oggi anche nelle campagne più sperdute arrivano le trebbiatrici, ma dimezzano il guadagno del contadino. Quanta fatica, quante ansia sprecate per ricavare pochi tumoli di grano dalle crete o dalle pietre! Il latifondo in alta Irpinia non è stato né l’unica né, forse, la maggiore causa di miseria nel mondo contadino: un’altra causa permanente è nello spezzettamento della piccola proprietà, in parte proveniente dalle divisioni dei demani pubblici dopo l’unificazione d’Italia. Il coltivatore stesso abita nel centro del comune e raggiunge questo o quel pezzetto di terra a dorso di mulo i di giumenta. Già l’unificazione della piccola proprietà sarebbe un vantaggio; ma probabilmente occorre un’organizzazione diversa dell’economia: cooperative di coltivazione e di allevamento, industrializzazione dell’agricoltura. Purtroppo si urterà contro la psicologia autarchica del contadino del sud: quando egli diffida dello stato tanto diffida del proprio vicino; ma probabilmente la psicologia autarchica è già più debole nei giovani, e l’educazione politica può fare la sua parte.

Si potrà arrivare per questa via a ripopolare l’Irpinia, dove l’emigrazione ha già aperto tanti vuoti? Prima della guerra Bisaccia sfiorava i 10.000 abitanti; oggi la popolazione è calata di alcune migliaia. Io credo che a un ridimensionamento della popolazione bisognerà rassegnarsi: lo scopo giusto non è l’incremento demografico, ma il benessere, la serenità di quella popolazione che la rinnovata economia potrà tollerare. Tra il ripopolamento e la desolazione ci sono altre vie per guardare all’avvenire.

Per tracciare queste vie i poveri umanisti come me, per di più sradicati dalla loro terra, possono far ben poco. La seconda guerra mondiale fu per me un trauma che mi fece perdere per sempre l’orgoglio della cultura: di fronte alla violenza, talvolta non meno cieca, degli uomini, di fronte al cinismo del potere, la cultura sente le sua impotenza: tutt’al più può consolare; ma ciò vale per chi crede nelle consolazioni. Anche questo terremoto ha riacutizzato il vecchio trauma e confermato l’impotenza. Poco dopo la guerra feci qui, ad Avellino, presentato dal mio amico Maccanico, una visita a Guido Dorso, il grande meridionalista che tutti conoscete; non era vecchio, ma era malato di cuore, e si vedeva che lottava contro la sua malattia: il male non lo aveva vinto e il suo sorriso, si cui ricordo ancora la dolcezza, restava luminoso. Ci lesse con entusiasmo alcune pagine che aveva scritto di recente. Vorrei avere la sua fiducia nella borghesia umanistica meridionale, vorrei avere la sua speranza che univa vecchi e giovani in quegli anni che seguivano al disastro più spaventoso della nostra storia. Non so se quella speranza rinascerà; credo, però, che, se la ragione non è sostenuta da entusiasmo, da slancio ideale, nessuna vera ricostruzione sarà possibile. Non possiamo, non dobbiamo nasconderci che il “sistema di potere” ha logorato profondamente la fibra morale nel Sud, e non solo nel Sud.

Tocca ad altre forze convincere la gente che c’è un’inversione di tendenza. Innanzi tutto bisogna convincere la gente che le grandi alleanze non sono onnicomprensive e che il “sistema di potere” è un avversario ben definito da combattere. Anche il trasformismo della sinistra ha avuto la sua parte nel creare il clima di sfiducia politica di cui tutti parlano. L’utopismo (parlo dell’utopismo generoso, non di quello disumano e sanguinario) produce i suoi guasti con le delusioni che provoca ma per parte mia credo che i danni prodotti dal trasformismo più irreparabili di quelli prodotti dall’utopismo.

Più che le prediche sarà utile per la rinascita organizzare il più possibile forme di autogoverno delle masse meridionali: la gente deve sentire che le scelte sono nelle sue mani e che ha forze per attuarle. È meglio che le forme di autogoverno non ricalchino gli schemi dei partiti; ma esse non sono necessariamente un pericolo per i partiti e per il sistema rappresentativo: penso, anzi, che una fioritura di democrazia dal basso potrà ridare linfa e forza al sistema parlamentare, almeno per lungo tempo: si capisce che neppure il parlamento è una categoria eterna della storia. Mi rendo conto che anch’io sto predicando e che sottraggo tempo utile agli uomini di scienza: spero che la mia predica non sia del tutto inutile o che, almeno, sia scusabile.

(Istituto Gramsci, convegno del 15 e 16 gennaio 1981 ad Avellino, anche in “Password”, n.1, 1998)

TERREMOTO, QUALE RICOSTRUZIONE

di Tomás Maldonado

Dal 23 novembre 1980 ad oggi, è stato detto molto sul terremoto. Forse tutto. O quasi.

Dubito che, a questo punto, sia possibile avanzare in proposito un nuovo rilievo analitico, una nuova sfumatura analitica o una nuova valutazione critica.

C’è tuttavia la possibilità di approfondire alcune importanti questioni che negli ultimi mesi sono state, con rare eccezioni, solo sorvolate. Tra queste una che è fondamentale per una rivista come “Casabella”: quale può essere il contributo del sapere tecnico-scientifico e progettuale alla ricostruzione.

Nel convegno sul terremoto ad Avellino, promosso dall’Istituto Gramsci, il prof. Barberi, che è coautore della Relazione sulla difesa dai terremoti pubblicata nel presente numero, ci ha parlato in quella occasione delle inadempienze, alcune criminali, dello Stato prima, durante e dopo il terremoto. E lo ha fatto senza concedere nulla al patetismo, con l’atteggiamento proprio di chi lavora nella ricerca empirica, un atteggiamento di rigoroso distacco nei confronti della realtà che cerca di descrivere. Tuttavia, in alcuni passaggi del suo intervento, Barberi non ha potuto far altro che esprimere giustamente la sua indignazione. Anzi: la sua rabbia, perché dopotutto di vera e propria rabbia si tratta. È la rabbia della razionalità umiliata di fronte allo spettacolo della più raccapricciante irrazionalità nell’esercizio della funzione pubblica. È la rabbia, insomma, di tutti coloro che, purtroppo senza successo, vanno insistendo da anni in questo paese sulla necessità di una cultura di governo diversa. In breve: di una cultura che faccia perno sulle competenze tecnico-scientifiche e progettuali per governare.

I tragici fatti, in gran parte evitabili, del recente terremoto, dimostrano chiaramente l’elevato costo sociale che si è dovuto pagare per l’arrogante disprezzo nei confronti di tali competenze, per l’inettitudine e l’ottusità, per la torbida visione approssimativa nell’amministrazione delle cose.

Viene alla mente la lettura di un’autorevole pubblicazione tedesca del 1909, nella quale si faceva una descrizione, minuziosamente commentata, dei fatti relativi al terremoto di Messina del 1908. In tale descrizione, se si cambiano ovviamente i nomi dei funzionari coinvolti, emerge una realtà poco (o per niente) diversa da quella che abbiamo vissuto nel recente terremoto.

Se si pensa bene, nei settant’anni che ci separano dai fatti di Messina, non c’è stato in Italia un sostanziale progresso nel modo di misurarsi con la questione sismica. Modo di misurarsi che, oggi come ieri, procede a pari passo con un modo arretrato di governare. Solo così si spiega l’irresponsabile passività dello Stato, dei suoi apparati esecutivi e burocratici, nel campo della protezione civile. Nulla, ad esempio, è stato fatto per dare nascita ad una coscienza di massa, senza la quale, come è noto, ogni protezione civile è difficilmente praticabile. In realtà, agli italiani non si è fatto mai sapere che vivono in un territorio in parte altamente sismico, con tutti i rischi che comporta l’impreparazione tanto soggettiva quanto oggettiva di fronte ad un eventuale (e molto probabile) terremoto.

E questa grave mancanza è imperdonabile se si pensa che (se escludiamo le grandi catastrofi della Cina, di quasi un milione, dicono, di vittime) Messina, con le sue più di ottantamila vittime, aveva segnato il primato del secolo. Non è dunque eccessivo, come faceva Barberi, qualificare le inadempienze dello Stato al riguardo con termini di assurdità, di pazzia, perché veramente siamo di fronte all’assurdità e alla pazzia.

Il che non esclude una valutazione, diciamo, più politica: che a tale assurdità e a tale pazzia si sia arrivati per opera dell’irresponsabile mal governo di un potere che, in più di trenta anni, ha avuto solo una ambizione: soddisfare, costi quel che costi, solo la sua voracità di potere.

Barberi ha accennato, pur scusandosi del suo ruolo di Cassandra, alla possibilità che in questa regione il terremoto colpisca ancora. In una città come Avellino, che è stata di recente duramente investita dal terremoto, una tale affermazione può sembrare, per così dire, di poco tatto, ma io sono convinto che il tatto non può essere, in questo campo, un criterio di giudizio. Nulla sarebbe, infatti, più sconsigliabile che favorire, sul piano psicologico, la rimozione di una tanto grave (e reale) minaccia.

Parte essenziale del discorso sulla coscienza sismica di massa è appunto contribuire a una sempre maggiore consapevolezza, tra le popolazioni insediate in una zona sismica, della loro effettiva situazione. Va detto subito però che tale consapevolezza di per sé non basta. È ovvio che se non si indicano i modi per affrontare un pericolo, la sola consapevolezza del pericolo non è di grande aiuto. Al contrario, essa può rinforzare i sentimenti di ansietà, di angoscia.

Ecco perché oltre alla consapevolezza, si deve fornire alla gente strumenti conoscitivi e mezzi di protezione civile che le permettano di agire nel modo più adeguato quando il fenomeno accade. È solo così che si può “convivere con il terremoto”. Gli esempi, oramai classici, della California e del Giappone lo dimostrano chiaramente.

Ma a questo punto viene da chiedersi: ammesso e non concesso che esista oggi in Italia una volontà politica tesa a fornire ai cittadini i sopraccennati strumenti e mezzi, è ragionevole credere che nell’attuale momento di stasi decisionale in cui vive il paese, sia possibile prendere le decisioni che la complessità di un tale compito richiede? A dire il vero, non ci sembra molto ragionevole crederlo, ma la posta in gioco è questa volta troppo alta per accettare con rassegnazione l’immobilismo.

È necessario dunque agire, tentare con tutti i mezzi di contrastare l’attuale stasi decisionale. Certo, i primi sforzi dovranno essere finalizzati ad un mutamento di fondo di ciò che più fortemente favorisce la stasi decisionale: il quadro politico. Ma sarebbe fuorviante, mi pare, immaginare che il problema sia da risolvere esclusivamente tramite un tale mutamento. Esiste, anche, va ricordato, un quadro culturale che esercita un’influenza tutt’altro che irrilevante sul fenomeno di cui ci occupiamo. Alludo ad alcune nefaste consuetudini, non dubito, funzionali ad un determinato quadro politico, ma che sono anche espressione di un quadro culturale che ha profonde radici nel paese. La più diffusa è quella di prendere decisioni senza occuparsi di controllare gli effetti collaterali (o “perversi”) delle decisioni prese. Si dimentica che il dopo-decisione è tanto importante quanto la decisione stessa. Al punto che un atteggiamento distratto o disattento nei confronti del dopo-decisione può portare ad un assoluto svuotamento della decisione originaria. Se si tiene conto che la diffusione di una coscienza sismica si esplica in un vasto arco di tempo, è chiaro che la serrata vigilanza del dopo-decisione è fondamentale.

(“Casabella”, n. 470, giugno 1981)

1 Il 10 dicembre, Antonio Grippo ha scritto al «Messaggero» di avere letto l’articolo e di essere vivo.

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