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Il traditore, tra Buscetta e Falcone: un grande film

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2' di lettura

Il traditore

regia di Marco Bellocchio

Marco Bellocchio torna al cinema forse con il suo film meglio realizzato. “Il traditore” è un film che ha una qualità realizzativa certamente migliore a “Vincere” e forse anche a “Buongiorno Notte”. Tante volte abbiamo visto al cinema o in televisione la vita di eroi della giustizia come Giovanni Falcone, ma mai dal punto di vista di un dissociato di Cosa Nostra, visto che Tommaso Buscetta non si definiva come “pentito”. È certo però che fu il primo collaboratore di giustizia a ricevere solida credibilità dalla magistratura nell’istruzione del maxi-processo di Palermo. Uno prima di lui fu Leonardo Vitale, ai quali i giudici di Palermo negli anni ‘70 non credettero e pagò con la vita il suo essere “primo pentito di Cosa Nostra”.

La storia narrata da Bellocchio racconta gli ultimi trent’anni della vita del “Boss dei due mondi”: dalla seconda guerra di mafia tra le famiglie perdenti di Palermo e quelle vincenti di Corleone, l’esilio dorato in Brasile e l’epilogo sognante negli Stati Uniti, passando ovviamente per i processi magistralmente ricreati: maxi-processo e processo Andreotti primi fra tutti. Non mancano però brevi flashback della vita di Buscetta da giovane.

Ancora una volta Pierfrancesco Favino stupisce nel calarsi nel ruolo di un personggio realmente esistito e questo lo conferma come punta di diamante nel novero degli attori italiani. Favino diventa letteralmente Buscetta, imitandone alla perfezione le movenze, i silenzi, le intonazioni. Basta fare un rapido confronto con le immagini del vero maxi-processo per constatarlo. Un altro del cast che supera sé stesso è Luigi Lo Cascio nel ruolo di Totuccio Contorno: solo un attore siciliano con una piena padronanza della lingua siciliana poteva infatti calarsi in quel tipo di ruolo. Lo Cascio poi non è nuovo a film di mafia, visto che balzò alla notorietà del pubblico interpretando Peppino Impastato ne “I cento passi” di Marco Tullio Giordana.

Bravo il cast, bravissimo il regista e in egual misura tutti i reparti tecnici: a cominciare dalla fotografia diretta da Vladan Radovic che abbandona le psichedelie colorate di “Smetto quando voglio” per concentrarsi sull’esaltazione di ciò che può ancora offrire la pellicola. Molto buono anche il make-up di Lorenzo Tamburini: sarebbe eccellente se non fosse per qualche mancata somiglianza, visto che Pippo Di Marca fa veramente fatica ad apparire come il vero Giulio Andreotti.

Nonostante questo, il film avrebbe meritato la Palma d’oro a Cannes.

Regia 9

Sceneggiatura 8

Fotografia 8

Montaggio 8

Soundtrack 7

Scenografia 8

Costumi 8

Make-up 9

Media 8,1

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