Vaccini coronavirus, ecco perché in Italia se ne fanno pochi

Vaccini coronavirus, ecco perché in Italia se ne fanno pochi: non è solo colpa delle case farmaceutiche ma anche di una serie di scelte sbagliate, di disorganizzazione e approssimazione. Come il caso del vaccino AstraZeneca, con le discutibili decisioni dell'Aifa, supportate dalla vecchia e inadeguata struttura commissariale. Per non parlare del caos delle Regioni.

5' di lettura

I ritardi nella somministrazione dei vaccini in Italia non sono solo colpa delle case farmaceutiche, con le consegne di dosi a singhiozzo. Pesa anche una disorganizzazione di base, ogni Regione va per conto suo. Ma non solo, c’è anche una lunga serie di labirinti burocratici: come al solito, suddividono a tal punto le responsabilità che alla fine nessuno è responsabile. La solita storia. La solita Italia. Anche in piena pandemia.

Il caos messo in luce con AstraZeneca

L’incapacità di decidere sommata a una organizzazione che è latitante si è manifestata in tutta la sua gravità con l’arrivo del vaccino di AstraZeneca. Avrebbe dovuto rappresentare la svolta nella campagna per i vaccini in Italia, ma sono state consegnate poche dosi rispetto al previsto, e di quelle poche ne sono state somministrate molte di meno, quasi niente.

Colpa della burocrazia, certo. Ma anche della decisione sciagurata dell’Aifa (l’ente regolatorio italiano per i farmaci), che ha scelto di somministrarlo solo a chi ha meno di 55 anni, mentre in Gran Bretagna si inocula a tutti e in gran parte dei Paesi il limite è a 65 anni (come solo ora sta pensando di fare anche l’Italia).

Barcollanti piani vaccinali

Una decisione che ha smantellato i già barcollanti piani vaccinali. Il risultato? Da metà febbraio sono arrivate in Italia 1.5 milioni di dosi di AstraZeneca. Ne sono state somministrate solo 332.000. Appena il 22%. Niente.

Il limite dei 55 anni

«Il problema con AstraZeneca – ha dichiarato al Messaggero uno dei tecnici dello Stato-Regioni, e che conosce bene la complessa e inefficace campagna dei vaccini – è nato con la decisione iniziale di vincolare il vaccino solo a persone con meno di 55 anni»,

«Quel limite – ha aggiunto – che invece era di 65 in Germania e che non è mai esistito in Gran Bretagna ha fatto saltare molti piani organizzativi. Che senso ha vaccinare i professori con meno di 55 anni lasciando in balìa del coronavirus un loro collega di 56 anni?».

Ce lo siamo chiesti tutti. Di chi è la colpa? Dell’Aifa, che ha imposto vincoli fin troppo severi o delle Regioni che non sono state capaci di organizzarsi o anche dalla vecchia struttura commissariale (Arcuri e gli altri), che non è stata in grado di attrezzarsi immediatamente?

Tutti responsabili, nessun responsabile.

Cosa accade ai giovani con condizioni fragili

La cosa che inquieta è un’altra: siamo nella fase della campagna dei vaccini più semplice, dedicata a settori facili da raggiungere (sanità, anziani delle Rsa, ultra 80enni, forze dell’ordine, scuola). Cosa accadrà quando diventerà di massa?

E non solo: come si stanno attrezzando le Asl per raggiungere e informare i cittadini, di tutte le età, che hanno condizioni di salute molto fragili. Chi informa le aziende sanitarie sulle condizioni di questi utenti, i medici di base? Chi chiama i cittadini, l’Asl o il medico di famiglia? O devono essere gli stessi cittadini a chiedere al medico di base o all’Asl di essere inseriti nella lista delle priorità? Devono certificare le patologie delle quali soffrono o sono i medici di base ad avere le necessarie informazioni?

È solo una delle tante criticità. Si spera che il nuovo commissario, il generale Francesco Paolo Figliuolo, esperto di logistica, e il nuovo capo della Protezione Civile, con la supervisione del presidente del Consiglio, Mario Draghi diano a questo punto una svolta decisiva a una campagna dei vaccini che fino a ora è stata a dir poco zoppicante.

Vaccini, eppure ora viene il difficile

Ci siamo baloccati sui primi numeri, con le fin troppo semplici vaccinazioni del personale sanitario. Ora stiamo scivolando agli ultimi posti della classifica europea, a confronto cioè con Paesi che stanno vivendo la stessa difficoltà nel ricevere i vaccini dalla case farmaceutiche.

L’Aifa deve aver dormito in questi giorni, poi si è risvegliata e ha pensato che in fondo sì, il vaccino AstraZeneca poteva essere somministrato anche a chi aveva 65 anni. Ma tutti sanno che tra un po’ salterà anche quel limite. Creando ancora più confusione e costringendo a continui aggiornamenti in corsa della campagna.

Confusione che ha generato questo quadro: mentre di Pfizer e Moderna si somministrano 100mila vaccini al giorno, di AstraZeneca non più di poche migliaia. Con punte minime come quella registrata ieri in Basilicata (zona rossa): zero. Sconcertante.

Perché ha funzionato la campagna contro l’influenza

C’è un dato che deve far riflettere. Quest’autunno, senza tanto clamore, e in piena diffusione della pandemia, il 54% degli ultra 65enni è stato vaccinato contro l’influenza stagionale. Il vaccino è stato spesso somministrato dai medici di base, all’interno dei loro studi. Non si può ripetere la stessa cosa oggi, con tutti i medici e i professionisti della sanità pubblica che sono stati anche immunizzati al coronavirus?

Poi ci sono le Regioni. In alcune, come Campania, Lazio, Val d’Aosta ed Emilia Romagna, si riesce a somministrare buona parte dei pochi vaccini in arrivo. In altre come la Calabria si viaggia a ritmi da lumaca.

Ma, come detto, il vero banco di prova arriva ora, o meglio, appena saranno finite le “categorie” semplici da individuare. Come funzionerà la baracca messa in piedi per la campagna di vaccinazioni? Appena saranno disponibili molti vaccini riusciranno ad accelerare con le inoculazioni? Saranno coinvolti i medici di base? Il nuovo vertice voluto da Draghi sarà capace di invertire la rotta in corsa?

Tutto questo mentre la curva pandemica torna ad alzarsi e le varianti si diffondono nel Paese.

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