Vaccino. Forniture tagliate: cosa succede ora

Vaccino, forniture tagliate: cosa succede ora? Tre scenari possibili e il più probabile è purtroppo il peggiore e prevede ritardi gravi all'immunità di gregge. Dopo la defaillance di Pfizer e i ritardi annunciati da AstraZeneca resta da sperare in Johnson&Johnson, che non arriverà prima di marzo. Moderna ha numeri troppo ridotti. E i tempi per il vaccino italiano, quello russo e quello cinese sono ancora incerti. Si rischia il disastro.

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Vaccino, la campagna italiana, la più «imponente della storia», è già a rischio. E non per problemi nell’organizzazione, che pure c’erano, ma per la difficoltà delle case farmaceutiche di tenere fede a promesse che forse non potevano essere mantenute: produrre e distribuire miliardi di dosi in pochi mesi.

Sono bastati pochi intoppi per far saltare l’intero programma di produzione ad AstraZeneca e Pfizer e le conseguenze a cascata sono ricadute su tutti gli Stati: vaccinazioni sospese o a rilento, slittamento delle fasi previste.

Il piano del governo è già slittato

È giusto dire che il piano del governo italiano (ma così anche nel resto d’Europa), era già ambizioso: immunizzare, con l’inoculazione del vaccino al 70% della popolazione, tutto il Paese entro l’autunno. In preventivo non c’era nessun problema: né di produzione, né di distribuzione e somministrazione, e neppure sono state considerate le mutazioni del coronavirus.

Cosa succede ora, tre ipotesi

Ma cosa succede ora? Come sarà reimposta la campagna di vaccinazione? Quali i tempi previsti per raggiungere l’immunità di gregge e uscire dal guado della pandemia?

L’improbabile via legale

Tre le ipotesi, formulate dal Corriere della Sera, sulla base dei rumors in arrivo dal governo.

La prima è fantasiosa. Passa per la strada legale intrapresa dall’Italia (unica in Europa), contro le case farmaceutiche. Come se le carte bollate, in questa fase, riuscissero a risolvere i guai che incagliano il ciclo produttivo di Pfizer e AstraZeneca, al di là di eventuali colpe o inadempienze.

La diffida del governo punta a imporre una strategia diversa alle aziende. Ma è una strada che non porterà lontano. Di certo non nell’immediato. E il vaccino al Paese serve ora. Non il prossimo anno.

L’ottimismo del ritardo temporaneo

La seconda è ottimistica. Ovvero: ipotizzare che i ritardi accusati dalle due case farmaceutiche in queste settimane non si ripeteranno nel prossimo futuro. Non sarà possibile recuperare il ritardo accumulato in questi giorni, ma non ce ne sarebbero altri. Il che significa che il programma del governo potrebbe slittare solo di qualche settimana. E invece dell’inizio d’autunno la campagna di vaccinazione potrebbe concludersi poco dopo, prima dell’inverno. Non sarebbe un disastro, ma siamo nel campo dell’ipotesi migliore.

Ritardi che continueranno per mesi

La terza ipotesi è la peggiore. Al momento rischia di essere anche la più probabile, pure perché è difficile prevedere che superati questi intoppi iniziali poi non se ne presentino altri. E quindi i ritardi e i tagli nella consegna di dosi di vaccino si protrarranno per mesi, allungando sine die i tempi per chiudere la campagna vaccinale.

Al momento nel primo trimestre del 2021 saranno consegnate all’Italia 15 milioni di dosi invece delle 30 previste. Il 50% in meno. Preoccupante.

I tagli selvaggi di AstraZeneca

Ad alimentare il pessimismo non è stata la defaillance di Pfizer, ma i ritardi annunciati, ancor prima dell’approvazione, da AstraZeneca. Nella prima parte della campagna l’azienda anglo svedese avrebbe dovuto consegnare 40 milioni di dosi. Una fornitura essenziale per completare almeno le prima fasi della campagna del vaccino. Solo nel primo trimestre dovevano essere consegnate 16 milioni di dosi di vaccino. Sono scese a 8 e ieri la comunicazione: non più di 3.4 milioni. Numeri che ridimensionano e di molto i programmi. E se i tagli alla produzione dovessero continuare, beh, addio immunizzazione entro l’anno.

La rimodulazione della campagna

Comunque, piuttosto che piangere sul vaccino mancato, il governo è stato costretto a modificare i piani e rimodulare la campagna. Slitta a marzo la vaccinazione delle persone con più di 80 anni. È stata esclusa la possibilità di somministrare le dosi agli insegnanti, una voce che circolava con insistenza prima dei tagli alla produzione del vaccino.

Un’altra rimodulazione dovrebbe essere imposta se – come sembra – il vaccino di AstraZeneca dovesse essere approvato con la raccomandazione per l’uso alle persone con meno di 55 anni.

Vaccino, la speranza Johnson & Johnson

A questo punto, se la speranza AstraZeneca sembra naufragata – nel senso che l’arrivo del vaccino anglo svedese sul mercato non rappresenta più una soluzione -, si punta a un altro obiettivo, il vaccino di Johnson & Johnson, quello che prevede una sola somministrazione (niente richiamo, quindi). Ma i tempi non sono così immediati. L’approvazione dell’Ema non dovrebbe arrivare prima di marzo. E anche in quel caso, nessuno può dire con certezza che non ci saranno problemi.

L’Italia ha chiesto a Moderna di raddoppiare il numero delle dosi (entro marzo è prevista la consegna di 1,3 milioni), ma non sono numeri sufficienti a risolvere granché. Oltretutto, l’azienda potrebbe anche non essere in grado di assicurare quella fornitura.

Vaccino, le altre possibilità

Ci sono altre possibilità? Forse, ma tutte da verificare. Il vaccino russo Sputnik V ha chiesto l’autorizzazione all’Ema. Ma non ci sono tempi certi. Il vaccino italiano Reithera, che risolverebbe molti problemi, è ancora in fase di sperimentazione e non dovrebbe essere disponibile – se tutto procede bene – prima dell’estate. Poi c‘è quello cinese, per il quale vale lo stesso discorso del prodotto russo: tempi incerti.

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