Da Pfizer due mesi per il vaccino contro le varianti

Pfizer ha assicurato: ci vorranno tra 6 a 8 settimane per tarare il vaccino sulle varianti brasiliane e sudafricana e l'Ema assicura una snella procedura di approvazione. Cavaleri, responsabile vaccini dell'Agenzia europea del farmaco conta di approvare il vaccino AstraZeneca il 29 gennaio e Johnson & Johnson tra febbraio e marzo. Non è sorpreso dei ritardi di Pfizer

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Un vaccino contro la variante basiliana e quella sudafricana, che sembrano resistenti ai farmaci prodotti contro il primo ceppo del coronavirus, potrebbero essere pronti entro 6, 8 settimane. E l’Ema, l’ente regolatorio per i farmaci a livello europeo, ha già fatto sapere che snellirà al massimo le procedure.

Preoccupano le varianti brasiliana e sudafricana

«I primi dati sulla variante inglese – ha spiegato Marco Cavaleri, responsabile vaccini dell’Agenzia europea del farmaco Ema, a Repubblica – ci dicono che non impatta sul vaccino, mentre c’è qualche preoccupazione su quelle brasiliana e sudafricana: stiamo aspettando gli studi per verificare se queste due varianti, come temuto, incidano sul vaccino ed eventualmente in quale misura».

Vaccino, per tararlo alle mutazione tra sei e otto settimane

«Stiamo già lavorando – ha assicurato Cavaleri – per snellire le procedure di una eventuale seconda approvazione per un prodotto scudo comunque efficace, mentre dal punto di vista tecnico Pfizer parla di 6-8 settimane».

Saranno necessarie a tarare il vaccino, se servirà, rispetto alle mutazioni al coronavirus che si sono verificate con la variante brasiliana e quella sudafricana.

Più vacciniamo e più blocchiamo le mutazioni

Ieri la Commissione europea ha fissato come obiettivo il 70% di adulti vaccinati entro l’estate. Un obiettivo non semplice. Il governo italiano aveva parlato di ottobre e i ritardi causati dalle consegne a singhiozzo della Pfizer non aiutano certo.

Cavaleri puntualizza infatti che «non sappiamo ancora quale sarà la percentuale di immunizzati per raggiungere l’immunità di gregge, in quanto ci sono diverse variabili. Ma più vacciniamo, più blocchiamo la circolazione del virus e la sua capacità di mutare»

Il problema delle mutazioni è venuto fuori e con forza da dicembre, quando cioè hanno fatto la loro comparsa, quasi in contemporanea, le varianti in Gran Bretagna, Brasile e Sud Africa. Oltre alla più elevata contagiosità, la questione che più ha allarmato i virologi è stata la possibilità che quelle mutazioni fossero capaci di eludere gli anticorpi prodotti dal vaccino. E, evidentemente, per due di queste varianti il problema esiste.

I ritardi di Pfizer non sono inaspettati

Sulla capacità del vaccino di bloccare anche la trasmissione del coronavirus «non abbiamo nuovi dati – ha ammesso cavalleri -. Sarebbe però sorprendente se non ci fosse anche un livello di protezione dall’infezione». Ma bisognerà aspettare per averne certezza.

Per Cavaleri i ritardi di Pfizer nella consegna dei vaccini «non sono del tutto inaspettati. Hanno molti ordini – sottolinea -. Stanno cercando di aumentare la produzione e, non avendo scorte, qualsiasi intoppo si traduce in un ritardo visibile. Siamo in contatto con l’azienda, monitoriamo la situazione».

In Gran Bretagna una sola dose? È un rischio

Il responsabile vaccini dell’Ema non sembra convinto della scelta adottata in Gran Bretagna, ossia: inoculare una prima dose del vaccino a più persone possibile e poi passare alla seconda, anche oltre il tempo (in genere tre settimane), stabilito dall’azienda farmaceutica.

«Non abbiamo dati – dichiara a Repubblica – sull’efficacia della singola dose sul lungo termine e quindi raccomandiamo di usare il vaccino in linea con i test clinici e con la nostra autorizzazione. Significative deviazioni come la seconda dose dopo diversi mesi potrebbero rappresentare un rischio per il raggiungimento degli obiettivi della campagna vaccinale».

Ottimista per AstraZeneca

Mancano intanto nove giorni (si decide il 29 gennaio), per la possibile approvazione del vaccino AstraZeneca.

«Sono ottimista e lavoriamo per una autorizzazione che non escluda nessuno e non sia limitata agli under 55. Non sono preoccupato neppure dell’efficacia al 60, 70%, perché tra i vaccinati che hanno sviluppato la malattia non ci sono sintomi gravi o ricoveri ospedalieri».

«Sembra quindi – ha aggiunto – che il vaccino protegga dalla malattia grave, anche se non disponiamo di dati sufficienti per confermarlo dal punto di vista statistico. Ci aspettiamo che abbia un impatto sulla salute pubblica in quanto eviterebbe le ospedalizzazioni. Sulla trasmissibilità potrebbe essere meno efficace degli altri due vaccini».

Johnson & Johnson approvato tra febbraio e marzo

«Sul vaccino di Johnson & Johnson – prosegue il responsabile del settore all’Ema – puntiamo a dare la nostra opinione tra febbraio e marzo. Mentre per i vaccini prodotti in Cina e Russia abbiamo un dialogo costruttivo. Siamo alle fasi preliminari e dobbiamo ancora confrontarci su aspetti chiave, ma alcuni dei loro studi sembrano dimostrare un buon livello di protezione».

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