Veleni Novolegno, un denuncia non cancella anni di silenzio

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L’interrogazione parlamentare presentata da deputati e senatori del Movimento 5Stelle sulla Novolegno e la Valle del Sabato è inquietante. E per tanti motivi. Ma c’è una domanda inevitabile: per quale motivo un’iniziativa politica così forte non è stata adottata prima? Una domanda che certo non rivolgiamo agli autori dell‘interrogazione, che prima erano altrove. Ma a quanti – da destra a sinistra – si sono accomodati sui banchi di Montecitorio e Palazzo Madama negli anni precedenti. Cosa dobbiamo pensare, che forse la questione non era “affrontabile” perché il gruppo Fantoni non aveva ancora preso la decisione di chiudere lo stabilimento?

Veleni Novolegno, un denuncia non cancella anni di silenzio

Tra diossina e tumori

Ci sono due aspetti – che più di ogni altro – avrebbero dovuto spingere i politici irpini (dal primo dei parlamentari all’ultimo dei consiglieri di circoscrizione), a tentare il possibile per dare risposte concrete a un territorio in piena sofferenza.

La prima. Nel 2005 (14 anni fa!), l’Arpac ha riscontrato nei suoli della Valle del Sabato valori di pcb (policlorobifenili, ma per intenderci: robaccia molto simile alla diossina), cinque volte superiore ai limiti consentiti.

La seconda. Ed è la domanda che i comitati e i residenti della zona pongono da anni: perché non sono state adottate misure per capire se esiste un nesso tra le attività inquinanti che operano nella zona (evidentemente Novolegno compresa), e le morti per tumore?

Oltretutto – nell’interrogazione denuncia – viene evidenziata anche un’altra verità accertata (questa volta dall’Arpac): la Valle del Sabato registra la più alta presenza di polveri sottili nell’aria dell’intera Penisola.

Senza dimenticare gli altri “dettagli” riportati nel documento parlamentare (al quale devono rispondere il ministro dell’Interno, Salvini, e quello all’ambiente, Costa): il lavoro notturno della Novolegno per eludere i controlli, l’accensione di una caldaia a metano – al posto di quella solita e molto più inquinante – in prossimità dei controlli, gli scarichi illegali (è una ipotesi avanzata dai parlamentari), l’attività di smaltimento delle assai inquinanti batterie esauste dei telefonini e la bruciatura della droga confiscata dalla polizia giudiziaria.

Veleni Novolegno, un denuncia non cancella anni di silenzio
La Valle del Sabato

Pianodardine inadatta per stabilimenti con impatto ambientale

Ora, su alcune delle questioni citate non c’è dubbio (dati Arpac, necessità di uno screening sulla popolazione, lavoro notturno). Sulle altre sarebbe stato utile indagare. Ma non certo ora che la Novolegno è chiusa (su cosa si indaga?). Da decenni gli abitanti della Valle del Sabato chiedono con forza la verità. Quella verità che è sempre stata negata. Non solo sulla Novolegno, non solo – per anni – sull’Isochimica, ma sull’intera “questione Pianodardine”.

Che non fosse una zona adatta per ospitare aziende con emissioni nocive (anche se nei limiti di legge), si sta ripetendo da una vita. Che in quell’area i fumi stagnassero per la stessa conformazione orografica e la scarsa ventilazione, è stato ripetuto come un mantra in tutti questi anni.

Ma nessuno ha mosso un dito. Tutti si sono girati dall’altra parte. O meglio: hanno ascoltato (quelli che almeno hanno evitato di ignorare del tutto), hanno promesso (dopo aver ascoltato), se ne sono altamente fregati (sempre).

Ora è questione centrale perché paralizza Avellino

Ora non è più possibile far finta di nulla. Ora che quei fumi sommati all’inquinamento cittadino hanno di fatto paralizzato Avellino, che ha livelli permanenti di Pm10 più alti della norma, e dove si è costretti, senza risultati, a bloccare per mesi, forse per sempre, il traffico veicolare, ebbene solo ora, la questione è diventata “pubblica”. Fino a qualche mese fa, l’inquinamento di Pianodardine, riguardava l’estrema periferia avellinese (il rione Ferrovia) e i piccoli comuni che si affacciano sulla Valle. Lasciando la questione solo ai comitati. Che hanno parlato, urlato, protestato. Nel silenzio più totale degli amministratori locali (non tutti, in verità), provinciali, regionali. E degli stessi parlamentari.

Beh, direte: finalmente qualcosa si è mosso. Certo, e ne siamo lieti. Il punto sono i danni che sono stati arrecati a popolazione e territorio. Danni sui quali si poteva intervenire prima ed efficacemente. Ora, chissà: forse è tardi. Si possono solo limitare le conseguenze.

Lavoro o ambiente? Entrambi

C’è poi la questione lavoro. In una situazione economica come quella attuale viene prima l’occupazione o la difesa dell’ambiente? Vengono prima entrambe, crediamo. Ma è ormai certo che l’area industriale di Pianodardine non sia adatta per ospitare stabilimenti dal forte impatto ambientale. Ciò non vuol dire che non possa ospitare altre aziende. E neppure che – soprattutto con il sostegno del governo e della Regione – non si possa avviare un’opera di riconversione. Ma serve la volontà politica per farlo. Serve la consapevolezza che anni di inazione hanno provocato un disastro. E serve comprendere che questa è forse una delle parziali forme di risarcimento che spetta di diritto a questa striscia di Irpinia.

Qualcosa è cambiato. L’opinione pubblica è a conoscenza di tutto. E quell’interrogazione parlamentare potrebbe rappresentare una base di partenza. Eppure non riusciamo a essere ottimisti. Del resto solo qualche mese fa è stata sventata – dopo le proteste popolari – l’apertura di un altoforno (che la Regione aveva quasi autorizzato). Sempre lì, nella Valle dei Veleni. Quella stessa Valle che insieme alla Valle dell’Irno e le zone dell’Arianese devastate dalle discariche hanno spinto il deputato Generoso Maraia a chiedere per quelle aree dell’Irpinia la stessa attenzione che viene dedicata alla Terra dei Fuochi.

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