Viaggio in Turchia, io e le trattative nel Gran Bazar



5' di lettura

Riceviamo e pubblichiamo

di Claudia Manzione

Non saprei descrivere cosa sia stata per noi Istanbul se non la possibilità di incontrare l’Oriente pur sentendosi ancora stabilmente in Europa, di soddisfare l’ansia di conoscere una cultura diversa in molti aspetti senza allontanarsi ancora troppo da casa, di rischiare pur sentendosi al sicuro.
Istanbul, geograficamente tagliata in due dal Bosforo è il luogo dove l’Europa e l’Asia convergono mirabilmente anche nei propri costumi, che qui convivono in una maniera che non turba ma è amalgamata in giusta proporzione. Al suono delle campane, che è possibile ascoltare in Italia si sostituisce il richiamo del Muezzin che riecheggia, annunciando la preghiera sempre con la medesima formula,  dai minareti delle innumerevoli moschee di Istanbul. Da ogni parte della città, che tu sia in un ristorante, impegnato nella visita di qualche monumento o in uno dei bazar sentirai il richiamo alla preghiera, che scandisce non solo la vita degli abitanti ma dopo pochi giorni anche quella del turista, che ne avrà imparato gli orari.

Viaggio in Turchia, io e le trattative nel Gran Bazar

Il secondo giorno

Al secondo giorno come anche per noi è stato, all’udire quei suoni non si trasalirà più, quasi spaventati, domandandosi cosa stia succedendo, ma ci si renderà conto di quanto tempo è passato dall’ultima volta che si è udito quel suono. Perché mentre si visita la città, si passa poco tempo a guardare che ore siano, così come a parlare con i propri compagni, gli sguardi ed il pensiero sono occupati da altro: nel nostro caso dalla volontà di lasciarci stupire da qualcosa che ancora non avevamo avuto l’opportunità di avvicinare, dal modo in cui queste persone vivono un’esistenza scandita per lo più dai ritmi che la preghiera impone. 

Viaggio in Turchia, io e le trattative nel Gran Bazar

Nel Gran Bazar

Ogni luogo della città, la caratterizza per ciò che essa appare, ossia l’assommarsi di una serie di spettri delle conquiste di cui è stata protagonista. Ma nulla più del suo “Gran Bazar” la definisce come il luogo in cui in Europa sopraggiunge lo spirito asiatico, lo stesso spirito – di cui il solo sentir dire – ci ha convinte ad optare per un viaggio in Turchia, una terra di mezzo, che vede l’abbraccio di due continenti e da cui ci siamo lasciate ammaliare senza sentimenti pregiudizievoli. Questa è forse l’attrazione più visitata della città, dove per oltre 60 strade si alternano circa 4000 differenti negozi, in un luogo dove perdere l’orientamento è semplice così come lo è stato perdere la nostra convinzione di essere ancora in Europa. I rituali di questo posto sono molti, così come gli elementi caratterizzanti. Certo a seguito dell’ondata di turisti che, da dopo gli anni ‘70, ha travolto la città: il bazar ha perso il suo spirito originale, ma non ogni suo rituale è andato perduto. A colpirci immediatamente, quando ci siamo affacciate alla ricerca di materiale caratteristico e interessante da poter portare al ritorno, quasi a strappare un pezzo di Oriente è il fatto che solo pochissimi negozi abbiano prezzi esposti, ciò obbliga il turista a chiedere circa il valore dell’oggetto di proprio interesse, ed è qui che ha inizio un rituale di contrattazione: peculiare, bellissimo, inusitato per noi europei, talvolta estenuante.

Viaggio in Turchia, io e le trattative nel Gran Bazar

L’arte dello sconto

Anche il solo guardare in maniera un po’ più insistente un oggetto, un errore di cui siamo state più volte vittime, è l’occasione per un buon venditore turco di fermarti, farti qualche complimento, chiederti da dove vieni e offrirti un tè o un dolce tipicamente turchi e iniziare il rito della contrattazione. È bene pensare due volte se si vuole chiedere il prezzo di un oggetto, perché questo implica una sorta di tacito assenso che segna l’inizio della contrattazione. All’inizio la timidezza vince sul visitatore, ma già dopo i primi acquisti, in una sorta di recita divertente anche chi non è abituato diventa abile nell’indossare i panni dell’acquirente tipico di quei luoghi. Ed è allora, che abbracciata l’anima del bazar, abbandonata ogni timidezza, abbiamo anche noi dato vita ad una danza al ribasso che è potuta durare da pochi minuti a circa un’ora. E per questo nei piccoli negozi dei bazar non mancano sgabelli o divani per i visitatori, dove sorseggiando il çay (il tè turco) è quasi impossibile uscire senza aver acquistato qualcosa: forse per l’abilità dei venditori che abbiamo incontrato, forse per il caldo che non faceva altro che farci desiderare di uscire da quei minuscoli negozi, forse perché inebriate dagli odori pungenti del luogo – non abbiamo saputo resistere dal riempire fino all’effettiva rottura le nostre valigie. I prezzi, già non alti per chi proviene da paesi occidentali, possono essere ridotti in base alla propria capacità di lavorare sul venditore, riuscendo quasi sempre a giungere ad un accordo.

Consigli per gli acquisti

Ricordate, non c’è scusa che regga, per ogni problema loro avranno sempre una soluzione, sapranno talvolta anche dare consigli su come organizzare le vostre valigie, in modo da far entrare gli oggetti che vi venderanno. Un piccolo negoziante, al mio rifiuto di comprare delle tazze da tè, dopo un rimprovero per avergli spezzato il cuore mi ha simpaticamente consigliato di riporre le tazze, che mi avrebbe venduto, nelle tasche della giacca. A tale evidenza, nulla ho potuto se non cedere alla simpatia di questa possibilità, tanto seria da parte del venditore quanto irrealizzabile per un viaggio in aereo. 
Forse ormai, anche in questo grande mercato – anima del commercio cittadino da oltre cinquecento anni – si tratta solo di una recita, ma il fascino che produce questo rito in chi per la prima volta si affaccia all’Oriente è sentirsi ormai lontano da casa, in un mondo che non gli appartiene e che deve imparare a conoscere.

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