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Vita da ultras. Shkendija: fra droni, politica e voglia di libertà

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I Balcani sono da sempre un punto rovente della geopolitica europea, nella comunicazione fra Est ed Ovest. Da sempre un territorio che ha destato preoccupazioni per la Mittle Europa prima con gli ottomani che spingevano  i propri possedimenti fino alle porte di Vienna, poi con la Jugoslavia di Tito e le più recenti guerre degli anni 90. Lo smantellamento della ex Jugoslavia e la frammentazione del territorio in diversi stati autonomi, non ha fatto cessare le frizioni interne che hanno da sempre contraddistinto la storia della regione. Agli inizi del 1990 la regione balcanica è stata interessata da una violentissima guerra di stampo etnico come conseguenza dello strappo avvenuto all’interno della  Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia tra la Slovenia, la Croazia e la Serbia. Nel caos generale di quegli anni, un solo territorio riuscì ad ottenere l’indipendenza senza spargimenti di sangue: la Macedonia.

Una terra “spaccata”

Il territorio macedone, incastonato tra Serbia, Grecia, Albania e Kosovo, per i primi anni della sua storia da Stato indipendente non ha risentito di tensioni interne, riuscendo a gestire le varie identità presenti nei suoi confini.L’etnia albanese, che compone un quarto della popolazione totale, vive a ridosso del confine tra l’Albania ed il Kosovo. Fu proprio durante le tensioni tra la Serbia di Slobodan Milosevic ed il territorio kosovaro che in Macedonia iniziarono a manifestarsi i primi scricchioli che man mano minarono la pacifica convivenza che aveva contraddistinto i primi otto anni del neonato stato. La disgregazione della Jugoslavia ad opera dei vari nazionalismi interni ai singoli stati che componevano la stato federale, risvegliarono il nazionalismo albanese  nel perseguire il sogno della Grande Albania, il mito della riunificazione di tutti i popoli albanesi sotto un unico grande stato. Il piano dell’ Albania Etnica raggiunse l’apice sotto la guida delle potenze dell’Asse le quali riuscirono ad unificare i popoli albanesi presenti nell’area balcanica in un unico grande stato, ma le annessioni perpetrate durante la seconda guerra mondiale furono considerate nulle dalle potenze vincitrici che, con la stipulazione del trattato di Parigi del 1947, ripristinarono i confini originari smembrando il sogno albanese.

Un sogno chiamato libertà

Il sentimento albanese nel territorio del Kosovo iniziò a farsi preponderante, cercando di ottenere maggiori autonomie da Belgrado. Ma l’arrivo di Milosevic, trascinato dal nazionalismo serbo, diede inizio una politica repressiva nei confronti della minoranza kosovara presente nel territorio serbo. In questo contesto instabile, i confini macedoni con l’Albania ed il Kosovo divennero punti di stazionamento dei gruppi armati dell’UCK (Esercito per la liberazione del Kosovo) che col perdurare del conflitto, riuscirono ad influenzare il popolo albanese di Macedonia nell’ottenimento dell’indipendenza e l’annessione all’Albania. Con la fine del conflitto kosovaro e la costituzione del protettorato internazionale (1999), il gruppo dell’UCK, diede inizio ad una operazione di conquista di piccoli villaggi lungo il confine in territorio macedone, con operazioni di smistamento etnico, invitando la popolazione non albanese o kosovara a lasciare il territorio occupato (2000-2001).

L’UCK,dichiarò apertamente che lo scopo della sua attività fu l’eliminazione della discriminazione nei confronti della comunità albanese nella Macedonia,attraverso la realizzazione di tutte le richieste avanzate dalla stessa. Alla fine il Governo macedone accettò le richieste della minoranza albanese pur di porre fine al conflitto, concedendo numerose concessioni istituzionali. Nell’estate del 2001 l’Accordo di Ohrid, pose fine al conflitto, attraverso una serie di emendamenti alla Costituzione del 1991, volta a modificare l’organizzazione costituzionale e politica del paese, introducendo standard elevati per i diritti delle comunità di minoranza in Macedonia. Il principale strumento per questo fine è stato un intensivo processo di decentramento che ha devoluto, a livello locale, molte competenze del governo centrale. Proprio lungo questi confini, sorge la città di Tetovo situata nel Nord-ovest della Macedonia, in una posizione cruciale all’interno della geopolitica dei Balcani.La città, infatti, sorge al confine tra Macedonia, Kosovo ed Albania ed è considerata la capitale della minoranza albanese presente nello stato macedone(pari al 25% della popolazione totale). Nonostante la pace dell’estate del 2001, nel 2015 un attentato terroristico avvenuto a Kumanovo, città situata ad 83 km ad ovest di Tetovo, ha riacceso la paura di rappresaglie da parte dell’UCK. Stando ad un documento diffuso dai media di Skopje, il gesto dell’UCK aveva l’obbiettivo di dare il via ad un processo d’instaurazione e creazione della “Repubblica di Illiria”.

Il calcio specchio della politica

Il calcio rispecchia perfettamente il clima politico che si respira all’interno del Paese. Infatti Tetovo, oltre ad essere la città di riferimento degli albanesi macedoni, è la città dello Shkendija. Il club venne fondato nel 1979,un anno prima della morte di Tito, proprio per rappresentare e dar voce a quella minoranza albanese presente lì nel Paese. In contrapposizione c’è il Teteks, squadra espressione della popolazione macedone.

Lo Shkendija doveva essere, ed è, il punto di riferimento sportivo della minoranza albanese nella Jugoslavia. Scalò fin da subito le varie categorie, ottenendo promozioni su promozioni, dalla quarta alla seconda serie. Fu a questo punto che il governo centrale di Belgrado si premurò di scioglierla. Il troppo entusiasmo destava preoccupazioni e ci si preoccupava che il club avrebbe potuto contribuire al risveglio improvviso del nazionalismo albanese che imperversava nel paese. Il tutto va contestualizzato tra l’81/82, poco tempo dopo la scomparsa del dittatore Tito. I colori del club sono un chiaro riferimento alla bandiera albanese, il nome, che vuol dire “scintilla”, ben rappresenta lo spirito con cui viene fondato questo club, riprendendo il nome di una delle squadre nazionali dell’Albania, Shkëndija Tirana, volto a costituire un legame oltre confine con lo stato albanese oltre che un puro riferimento al movimento marxista-leninista. Di fatto il nome Iskrà –scintilla-è un chiaro riferimento alla rivista politica fondata da Lenin nel 1900.

Un club come una fenice

Dopo lo scioglimento perpetrato dalle autorità slave, in occasione dell’indipendenza della Macedonia, nel 1992 venne rifondato lo Shkendija che ripartì dalla quarta categoria del calcio macedone scalando le varie categorie fino ad approdare nel massimo campionato nel 1995/96.Una curisità sulle divise dello Shkendija,nella stagione 1993/94, il club militava nella terza divisione macedone. La società non aveva molte risorse e uno degli sponsor, per contribuire al bilancio, decise di regalare alla società una vecchia muta di maglie del Milan che utilizzarano per l’intera stagione calcistica. L’esperienza nella massima serie macedone avrà vita breve, visto che retrocederà immediatamente nella Vtorata Fudbalska Liga, l’equivalente della nostra Serie B. Gli anni successivi, per lo Shkëndija, sono anni condizionati da prestazioni altalenanti tra promozioni e retrocessioni.L’ascesa del club avviene nella stagione 2010/11 dove da neo promossa vince il campionato macedone davanti i cugini del Teteks, un’altra società di Tetovo. Il suo recente palmares vanta 2 coppe di macedonia, 2 campionati – 2010/11 e 2017/18 –

Al termine della stagione 2012-13, lo Shkendija si è ritrovato sull’orlo del baratro. I giocatori avevano abbandonato la squadra, il destino sembrava essere quello del fallimento, di scomparire nuovamente, ma questa volta non per motivi politici. In questa situazione di agonia, i tifosi del club di Tetovo, i Ballistet, iniziano una campagna di comunicazione volta a trovare dei possibili acquirenti per salvare la storia del proprio club. Alla causa si uniranno tanti personaggi pubblici tra cui Xherdan Shaqiri, giocatore della Nazionale svizzera, originario del Kosovo, protagonista ai Mondiali di Russia per l’esultanza mostrata nei confronti dei giocatori della Serbia. Il 31 luglio 2013 arriva Lazim Destani, patron dell’Ecolog International, società operante nel settore della sicurezza con sede a Dubai, Germania, Mecedonia, Russia, Iraq, Afghanistan, Mongolia, nativo di Tetovo ed etnicamente albanese, acquisisce la società calcistica ricapitalizzando l’intero debito e mantenendo stabili le finanze del club. L’Ecolog ha stretto collaborazioni durature con apparati miltari come l’esercito americano, l’esercito francese, la Bundeswehr, l’EUFOR e la NATO. Inoltre, Ecolog ha partecipato e partecipa alle principali missioni militari, facente capo ai Ministeri della Difesa di Stati Uniti d’America,Germania, Francia, nonché società internazionali private che includono Shell, Fluor, DynCorp, KBR, Total, Technip, Petronas, Lukoil, RasGas. , Samsung, Weatherford, Qatargas per citarne solo alcuni. Un ruolo non secondario è stato svolte nelle guerre di Afghanista ed Iraq e Kosovo.

Degli utras speciali

La storia del club si lega profondamente a quella dei suoi tifosi, il gruppo Ultras “Ballistët”, i “Frontisti” di Macedonia, prendono il nome da Balli Kombëtar, il movimento repubblicano e nazionalista che viveva nel mito della “Grande Albania”, fondato nel 1942 si contraddistingueva per la riluttanza nei confronti dei partigiani del Movimento di Liberazione Nazionale e dell’occupazione italiana.

Il gruppo Ultras dei Ballistet non hai mai nascosto la propria fede politica invadendo ogni stadio macedone con i vessilli albanesi e cori inneggianti all’UCK. In occasione del match contro il Partizan di Belgrado, valevole per la qualificazione ai gironi di Champions League del 2011-12, i Ballistet hanno esposto sugli spalti uno striscione con un chiaro riferimento al contrasto interno alla Repubblica di Macedonia: “Primo stato Albania, secondo stato Kosovo, terzo stato coming soon”. I Ballistët fanno parte del gruppo ultras del TKZ che sostiene la Nazionale Albanese negli scenari internazionali. Proprio nel 2014,uno dei tifosi del Ballistet, Ismail Morina, fece volare un drone, con la bandiera della grande Albania e la scritta inneggiante al Kosovo libero, durante una partita valida per gli europei del 2016 tra Serbia ed Albania, causando scontri e la sospensione della gara, vinta a tavolino dall’Albania a per 3-0.

Il caso “drone” divenne, lo è tuttora, terreno di scontro diplomatico tra Italia, Croazia e Serbia, che vede i tre stati contendersi la testa di Ismail Morina. Sul tifoso pendono l’accusa di istigazione all’odio interetnico, razziale, religioso, tanto da spingere un magnate serbo a porre una taglia da 1mln di euro sul giovane.

Duranteuna sua visita in Croazia, Morina, venne arrestato dalle autorità croate per unmandato di cattura emesso dalle autorità serbe e venne detenuto a Dubrovnik per10 mesi. Rigettata la richiesta di estradizione dallo Stato croato, Morina,venne riconsegnato allo stato italiano dove risiedeva dal 2006. Solo pochigiorni fa la Corte di Appello di Bari ha rigettato la richiesta di estradizioneemessa dallo Stato Serbo. Il giovane, in Italia, ha affermato che nel gesto nonvi era nessuna intenzione politica: “Nel mio gesto non c’era nulla di politico,al massimo può essere considerato una bravata, un atto goliardico, e invece èstato strumentalizzato. Non sono mai stato, ne sono e mai sarò un serbofobo. Iserbi sono i nostri vicini”.

Ma oltre agli episodi di violenza che hanno contraddistinto i tifosi dei Ballistet, nel 2014 gli stessi ultras denunciarono, dal proprio profilo Twitter, episodi di razzismo perpetrati nei loro confronti da parte dei gruppi ultras locali, denunciando una mancanza di sostegno da parte dei media nazionali. La loro storia ci racconta di un profondo odio nei confronti delle istituzioni macedoni e della mancanza di dialogo con il pubblico macedone, il che non fa nient’altro che inasprire i toni interni alla regione.

Il calcio come strumento di affermazione identitaria, un mezzo per affermarsi fra serbi e macedoni, battendo gli acerrimi avversari del Teteks e del Vardar, il club macedone più titolato. Ma numerosi sono anche gli episodi positivi di questi ultras vecchio stampo, che nel loro territorio provinciale si contraddistinguono per attività di beneficenza. Insomma i tifosi dello Shkendija non si sono mai tirati indietro dinanzi alle manifestazioni della propria identità, anzi facendone sfoggio in tutte le occasioni. Dai pestaggi ai dirigenti delle squadre avversarie, all’inno Albanese cantato a squarciagola alla fine di ogni gara casalinga “Noi siamo Albanesi, non abbiamo una goccia di sangue Macedone”. L’anno scorso la squadra albanese di Tetovo ha affrontato il Milan durante le qualificazioni all’Europa League, in occasione del match disputato a Milano, i Ballistet hanno disteso una bandiera albanese lunga decine di metri sugli spalti dello stadio San Siro inneggiando cori in riferimento alla propria identità albanese.

Intervista agli ultras

Ed è proprio in questa occasione che riuscimmo ad intervistarli, infiltrandoci tra loro e riuscendo ad aver un confronto con qualche capo ultras. E ne è venuta fuori una splendida intervista. Calarsi nella mentalità ultras è tremendamente difficile per chiunque. Lo è di più se si considera la storia di questo gruppo. Ultras vecchia maniera. Noi vi proponiamo l’intervista di chi rappresenta la storia di questo gruppo. E che vuole restare anonimo.

Ho letto la storia del club. L’Fk Shkendija da sempre avuto una forte relazione con l’Albania. Ho letto che un vostro membro Ismail “Ballista” Morina, è stato arrestato in Croazia e sarà estradato presso le autorità serbe per il caso del “Drone” durante Serbia vs Albania. Cosa pensate in merito a questo estradizione? Quali sono i vostri rapporti con la pubblica opinione macedone?

“Lo Shkendija è un club albanese e noi abbiamo sempre avuto rispetto per l’Albania e il Kosovo. Ismail ‘Ballist’ Morina viene dall’Albania del Kuke – il modo in cui il governo albanese ha trattato Morina è un completo disastro, siamo molto arrabbiati per questo ma non possiamo fare nulla finché sarà ancora in Croazia. Se finirà in Serbia non sarà buono per nessuno. Non abbiamo nessun rapporto con il pubblico macedone, li odiamo profondamente e auguriamo loro il peggio come loro stessi fanno con noi. “

Cosa rappresenta per voi l Fk Shekndika? Non è solo una semplice squadra per voi…

“Per noi il KF Shkendija è tutto, è il nostro ossigeno e il nostro cibo. Per il KF Shkendija siamo pronti ad andare in prigione e persino a morire, ci ha dato più gioia di qualsiasi altra cosa in Ilirida (Macedonia). Se mai lei venisse a Tetovo per guardare una partita contro il nostro rivale Vardar, vedrebbe ciò che rappresenta per noi. Ci sono anziani di 60/70/80 anni che piangono quando vinciamo, e bambini che crescono col desiderio di giocare per lo Shkendija.”

Il nome Ballistet da cosa deriva? Che storia c’è dietro?

“Il KF Shkendija fu fondato nel 1979 per rappresentare gli Albanesi in Jugoslavia e poi la Macedonia.  Il nome Ballistet deriva da ‘Balli Kombetar’, che erano soldati. Il Balli Kombetar’ (letteralmente Fronte Nazionale), conosciuto come Balli, era un movimento di resistenza Albanese anticomunista ed un’organizzazione politica nata nel novembre del 1942.  Il motto del Balli Kombëtar era: “Shqipëria Shqiptarëve, Vdekje Tradhëtarëvet” (Albania agli albanesi, Morte ai traditori). Il Ballistet fu creato nel 1992 da alcuni ultras che ancora vanno agli incontri dello Shkendija sia in casa che fuori, ma questo gruppo ora è diventato più di una famiglia con cui collaboriamo per ogni piccola decisione. Stiamo crescendo di anno in anno, non c’è niente e nessuno che ci possa fermare.”

Il  Vardar, vostro club rivale ha i vostri stessi colori sociali ed utilizza la B cirillica. Perché esiste questa rivalità?

“Perloro siamo “PAURA”: ogni volta che sentono ‘Ballistet’ non riescono a dormireper giorni. Sono macedoni e sono sostenuti dal governo macedone – ciodiamo a vicenda.”

A proposito degli attacchi terroristici avvenuti a Kumanovo nel 2015, qual è la vostra posizione in merito all’UCK? (Esercito di liberazione del Kosovo)

“Kumanovo è stato uno schema molto intelligente per liberarsi di tutti i temuti restanti soldati della Macedonia. Quegli uomini coraggiosi uccisi quel giorno a Kumanovo erano voluti dal GOV MAC per la Guerra in Macedonia del 2001 – quindi fu detto loro di andare in Macedonia e che ogni cosa sarebbe stata dimenticata per vivere una vita normale. Non appena loro attraversarono il confine, furono attaccati dall’esercito macedone, quindi si riversarono in strada a Kumanovo e furono uccisi. I nostri ultras collaborarono con l’UCK durante la Guerra in Kosovo nel 1998/99 e la Guerra in Macedonia nel 2001. Non abbiamo alcun rapporto con loro ma in caso di necessità siamo i primi ad andare in aiuto.”

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