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Vita in manicomio. Le scarpe sono quelle delle bambole

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Che ci faccio qui? Un coglione fermo in una specie di carretta tenuta insieme dagli adesivi, col motore che tra un po’ scatarra. Un testa di cazzo con quattro capelli. Patetico. E questo perché non arriva?Che ci faccio qui? Perché cavolo non ci ho pensato prima, a saperlo non ci mettevo proprio piede dall’inizio. A saperlo. E saperlo ora non serve a niente. Sulla carta sembrava facile. Sulla carta. A dirlo ad alta voce non suonava neppure stonato: responsabile dell’unità operativa di dismissione. Sì, proprio io, un coglione testa di cazzo che aspetta fuori a un cancello con sta Renault che tra un po’ si apre in quattro. Non c’è più nemmeno Bobò, minuscolo vecchio incastrato in un’eterna giovinezza. La testa piccola, l’andatura grottesca. Non sapeva manco parlare, gli unici suoni che emetteva erano invettive gracchianti, richieste stridule e incomprensibili. Me lo ricordo. Indossava una divisa da calciatore che gli stava grande. Un bambino con le rughe.

Il manicomio di Aversa

La bandiera del Napoli stretta tra le mani, così forte da far sudare i palmi. Seduto sulla panchina sgangherata all’ingresso, come se aspettasse da trent’anni. E poi lei. Antonella. Dietro le grate della finestra al pian terreno. Mentre accarezzava il ventre piatto, con il suo sorriso consumato: “E’ tutto frutto, c’è poco liquido amniotico…sono al decimo mese di gravidanza”. Sì, diceva così e ti faceva il conto sulle dita partendo dal mignolo.

Bobò le passava le banconote da mille lire accartocciate che aveva nascosto sotto alla maglietta.

Era la finestra del reparto femminile del manicomio di Aversa. Un limbo sospeso tra gli alberi di noci e la puzza di piscio.

Pezzi avanzati di umanità da riciclare

Quello che io dovevo chiudere, con appena vent’anni di ritardo rispetto alla legge Basaglia, la 180 del 1978. In quegli anni a Trieste ci sembrava un’utopia possibile, poi ce lo siamo scordato un pochino, per forza. All’interno dell’ospedale psichiatrico Santa MariaMaddalena, quando sono arrivato, c’erano ancora trecento anime dannate, sì, i“residui manicomiali”: pezzi avanzati di umanità varia ed eventuale, scorie da riciclare.

Che senso hanno adesso le mura altissime che circondano questo ingombrante bubbone di umanità latente impiantato nella città? Mura che impedivano ai pazzi di “straripare” per le strade, comodo alibi per quelli di fuori per non vedere.

Anche adesso che ne saranno rimasti una ventina – in attesa di trasferimento – chi viene da fuori e oltrepassa i cancelli della Maddalena lo fa con circospezione e solo per andare agli uffici dell’azienda sanitaria. Si guarda i piedi, conta i passi che lo porteranno fuori. Ai pazzi superstiti allunga qualche moneta per toglierseli di torno, evitando qualsiasi contatto, per scongiurare il contagio.

Il reparto femminile, un pugno nello stomaco

Carmela a quest’ora avrà cominciato a pulire i tavoli. Se è cocciuta quella donna, Cristo santo, mica lo vuole capire, non si ferma, non la smette. Come quando c’erano ancora le sue compagne, le suore, le infermiere. E ogni giorno, con una ripetizione stereotipata: pulizie, terapie… a mezzogiorno il pranzo, alle diciotto la cena.

Le donne del manicomio sembrano caricature delle donne di fuori. Si travestono da femmine, si disegnano sorrisi da clown con mozziconi di rossetto, si abbigliano come madonne in processione con collane colorate, bijoutteria di fortuna, lavorano a maglia sciarpe per figli e mariti che non verranno più.

Un po’ ci fai il callo, un po’ ti abitui, ma entrare in un reparto femminile è un pugno nello stomaco, la sofferenza non conosce pudore, è perversamente esibizionista. E’ un urlo viscerale che strappa brandelli di cervello.

Il manicomio è personaggio dalle mille sfaccettature e dalle mille voci. Si mischiano dialetti e idiomi, ci sono stranieri che coniano lingue bastarde. I muri dei reparti traspirano lamenti, umori e sangue.

Antonella la pazza, Antonella la puttana

La Maddalena non è diversa, è femmina ripudiata che ha tirato le corde dei suoi burattini fino a spezzarle, ha giocato con le nevrosi.

Antonella non ascoltava nessuno.

La sua storia è un diario in cui molte pagine vengono lasciate in bianco.

Antonella la pazza. Antonella la puttana. Seduta a cosce aperte a fumare mentre guardava le altre lavorare sotto la sferza di infermiere e monache. Se la sgridavano si limitava a soffiare nuvolette bianche, fumetti muti di disappunto.

Avrebbe potuto essere persino trasparente, se non fosse stato per quello sguardo insistente che le si piantava addosso ogni volta che usciva dal reparto. La inchiodava a se stessa. Non le lasciava scampo quell’uomo che, appena lei alzava la testa, spariva in fretta, fagocitato da un albero.

Cara Antonella, sono un po’ bello perché…

Ossessione che si sommava ad ossessione.

Amedeo le faceva trovare lunghe lettere sulla panchina dove lei si sedeva dopo pranzo a fumare, ma Antonella non le leggeva mai, allora lui ci avvolgeva dentro le sigarette.

Amedeo è innamorato di Antonella. “Cara Antonella – le ha scritto una volta – credo che tu stia bene come me. Io sono scapolo e vorrei sposarmi e fare almeno un figlio per essere a posto col Padreterno. Mi ha colpito il tuo fisico, gli occhi sono belli, ma il viso non troppo. Io sono un po’ bello perché ho un porro sulla guancia sinistra. Il mio naso è un po’ storto e le gambe anche un po’ storte. Io ho un conto in banca di 15 milioni nella banca sannitica di Telese e 23 milioni sul libretto postale di Aversa…”.

Ci rimaneva male quando lei si avventava sulle sigarette e buttava via le sue dichiarazioni d’amore senza averle nemmeno lette.

In fondo la capivo. Il suo sguardo la faceva sentire un’ombra spoglia di carne, lei alla quale hanno insegnato ad essere corpo senza testa. Aveva bisogno delle sua mani addosso per spegnergli gli occhi, per chiudere quella finestra di intimità.

Me lo raccontò lui – da uomo a uomo – di quella volta nel corridoio di un reparto, quando lei lo baciò sulla bocca e lui non riuscì a fare altro che a prenderle la faccia tra le mani.

Sono diventato matto per il troppo studiare

Che soggetto Amedeo. Occhiali con una montatura dorata, l’ho sempre visto ben vestito e, soprattutto, pulito.

Come è finito al manicomio? In realtà nemmeno lui sa spiegarselo bene. “Sono diventato matto per il troppo studiare”, lo ripete a memoria come se fosse interrogato a scuola dalla maestra, un po’ come l’Infinito di Leopardi: “Mi ricordo solo l’inizio”.

Amedeo dalle mani grandi, calmo da fare paura. Rabbia imprigionata da farmaci e fascette, pronta ad esplodere.

Stavano spesso insieme lui e Bobò.

Amedeo camminava con grandi falcate sicure, Bobò gli stava dietro trotterellando.

Gli parlava di Antonella. Continua ad amare quella donna nonostante tutto, nonostante il manicomio, nonostante la madre superiora che, per anni, gli ha ripetuto ogni giorno che era una poco di buono, nonostante le processioni alle quali lei si è sempre rifiutata di andare.

Messaggi d’amore sulle mille lire

Amedeo a un certo punto si era messo in testa di comprare il suo amore. Le scriveva brevi messaggi d’amore sulle banconote da mille lire che le faceva infilare da Bobò nelle tasche del camice.

Il tempo in certi posti è immobile, stagnante. I giorni imputridiscono in fretta.

Era mattina, come adesso, e questa dove sto ora è la stessa Renault 4 rossa, piena di ammaccature che parcheggiai all’interno del cortile del padiglione “Leonardo Bianchi”.

Portavo il mio maglione rosso, anche lui ha conosciuto tempi migliori e, sotto al braccio, una montagna di fascicoli.

Quando entrai in direzione, gli impiegati mi scambiarono per uno che cercava gli uffici dell’azienda sanitaria e che aveva sbagliato fabbricato.

Ero stato inviato dalla Regione per attuare il “superamento dell’ospedale psichiatrico”, mi chiamavano direttore, ma per tutti – lo sapevo bene – ero un “comunista del cazzo” perché secondo loro venivo a fare la rivoluzione dove la Dc aveva stabilito uno dei suoi feudi più fecondi.

Sì, lo confesso. Ho avuto la presunzione di provarci. La cosa grave è stata che per un poco ci avevo pure creduto, sì fu quando con le associazioni mettemmo in piedi quel centro sociale nell’ex sartoria. Quando i bambini delle elementari vennero a disegnare sui muri scrostati dei reparti. E chi se le scorda le facce delle dame vincenziane davanti ai pazzi mezzi nudi che si sparavano le seghe. Si facevano il segno della croce a velocità supersonica.

L’odore del sesso brucia le narici

L’odore del sesso in questo posto è penetrante, brucia ancora nelle narici, è reso scabroso dalla malattia.

Quello che fuori viene catalogato come incesto, tra queste mura era solo un gesto di pietà: quello della madre che masturba il proprio figlio per dargli un po’ di sollievo.

Molti non hanno capito.

Ho ricostruito pezzi di memoria a costo della mia, identità dimenticate, andate perdute insieme a labili documenti. Ho scoperto storie lise e sogni conservati per anni in un fazzoletto, nascosti sotto al letto.

C’era Pasquale: “Il manicomio si può riassumere in cinque posizioni: il mangiare fa schifo, la chiesa è tutta scassata (hanno detto che servono 10 milioni per aggiustarla), si può passeggiare e noi siamo sempre a passeggio, i direttori sono tutti stronzi, gli infermieri così così ”.

Mi hanno tolto un seno, quando costa togliere anche l’altro?

C’era chi non si riconosceva in una vecchia foto: “Uh avevo il ciuffo alla Little Tony…questo muscolo ora non c’è più”. E risolveva le sue perplessità pensando di essere vittima di uno scherzo, forse un fotomontaggio: “Ho capito: mi hanno fatto un doppio gioco e le scarpe sono quelle delle bambole”.

Mammina per davvero si chiamava Maddalena: “Facevo la ballerina nei locali più lussuosi di Milano. Gli uomini mi riempivano il camerino di fiori e dicevano di voler fare all’amore con me. Tutto durava poco e non capivo perché dopo trovavo la borsetta piena di soldi. Nello… il mio Nello. Era il direttore dell’Isotta Fraschini. Con lui facevo all’amore piano piano. Mi hanno tolto un seno, quanti soldi servono per farmi togliere anche l’altro?”

Donne ricoverate nem manicomio di Aversa

E poi Antonella che, tutto di un fiato, mi disse: “La donna è bella quando è emancipata. Sfatiamo che la donna può essere amata solo se fa la casalinga. Devo dire che sono felice perché mi sono riconciliata con il mio compagno. E’ un uomo d’oro e devo confessare che ho un figlio suo nella pancia… ma le suore dicono che sono cattiva, che faccio piangere Gesù… ma io sento puzza di piscio… perché il piscio qui è dappertutto”.

Le accarezzai la testa come ad una bambina, lei mi afferrò la mano e se l’appoggiò su un seno.

Dalla finestra del mio ufficio, osservavo spesso Antonella e quell’improbabile angelo custode che la seguiva continuamente.

Antonella condannata dalla madre per un amore sbagliato

Magra e un po’ allampanata, Antonella doveva essere bella, ma a 45 anni, 23 dei quali trascorsi al manicomio, è ormai avvizzita, “ammappuciata”.

Il padre morto quando era ragazzina. Si innamorava Antonella, ma lo teneva per sé. Erano fatti suoi.

Si innamorò dell’uomo sbagliato, di quello della madre. Il nuovo fidanzato di una vedova ancora piacente, portato in casa troppo presto.

Il fumo delle tante sigarette aspirate in fretta qui dentro si intrecciava con quello delle nazionali fumate di nascosto nel bagno di casa. Pura ribellione domestica sullo sfondo di quella del ’68.

Qualcuno un giorno bussò forte alla porta del bagno quel pomeriggio: era l’uomo della madre. Successe qualcosa, o forse successe solo nella mente di Antonella. Che importanza potrebbe avere adesso?

Lei diceva di essere rimasta incinta dopo aver bevuto lo sperma. Ha continuato a sostenerlo per anni, ma non ha mai partorito.

Fu la madre a condannarla. Perse memoria della maternità per un uomo.

Una valigia riempita in fretta, riempita di qualsiasi cosa avrebbe potuto lasciare traccia in casa di quella ragazzina spudorata: “Ti portiamo a studiare in collegio”.

Mentre lei raccontava, la rivedevo seduta davanti a un’altra scrivania mentre compilavano la scheda inserita nella cartella clinica, un’autopsia spietata di sentimenti ed emozioni.

Quel foglio ingiallito c’era ancora, scritto a macchina con le lettere sbilenche.

Il fardello della folle: gonna, sottanino, blusa, reggiseno, mutandine, fermacapelli, due anelli di metallo giallo, una collezione di monetine.

Coscienza ed orientamento: cosciente ed orientata

Deliri: non si notano

Sentimenti ed affetti: conservati

Volontà: sufficiente

Capacità pratiche: donna di casa

Gli infermieri e il sesso con le ricoverate passabili

La Maddalena sapeva offrire un campionario aberrante di disumanità: il buonismo delle suore, l’arroganza ignorante delle infermiere che portavano da casa montagne di panni da far stirare alle ricoverate.

“Lo sapete che questa qua tanti anni fa ha avuto un figlio? Ma lei non l’ha mai visto. Dicono che era bellissimo… Enza, raccontaci il fatto al direttore …”.

Si permettevano di riaprire ferite.

A far venire i brividi erano gli infermieri. Ancora picchiavano quei vecchi a colpi di asciugamano bagnato, per non lasciare segni. Per non far sentire le loro urla alzavano al massimo il volume del giradischi: sevizie al ritmo di rock.

Fascette e Serenase.

Le ricoverate più passabili se le scopavano durante i turni di notte.

Maddalena, santa blasfema, dolente e sguaiata; pronta ad aprire le cosce.

Antonella ci entrava da sola nello stanzino degli infermieri, quasi tutte le notti, quando la voglia di fumare diventava insopportabile. Amedeo la spiava dalla finestra del suo reparto. La guardava da lontano uscire con un pacchetto di sigarette intero e una bottiglia di birra. Stava zitto, ma pregava per lei quel dio delle monache. Quando nemmeno quel dio bastava continuava a dare pugni e testate nel muro e la mattina dopo erano sempre casini per farlo calmare.

Antonella li guardava in faccia gli infermieri. Puttana spavalda: stava sotto, si metteva a pecorina, succhiava e ingoiava.

Amedeo e Antonella, quel giorno in riva al mare

Quella maledetta volta al mare. Mare fuori stagione, s’intende. Mare inquinato… di seconda mano, comunque mare.

I matti giocavano sulla spiaggia tra lattine e buste.

Ora di pranzo: tutti seduti su un muretto a mangiare il panino mentre, in un ristorante sulla spiaggia,guardavano lo spettacolo di coppie più o meno clandestine che divoravano spaghetti alle vongole e fritture di paranza sotto gli sguardi complici di camerieri col farfallino stinto.

Successe quella volta. Dietro a un pattino, tra bottiglie vuote e mozziconi, un’infermiera scoprì Antonella eAmedeo che stavano facendo l’amore, la loro prima volta. Lei venne insultata,strattonata. Lui rimase seduto sulla sabbia finché gli infermieri non lo andarono a riprendere. Quante gliene dissero, Amedeo aveva imparato a non rispondere. Durante la notte, però, nella sua stanza al manicomio, diede una testata nel vetro della finestra. Venticinque punti per suturare la ferita.

La mattina dopo mi precipitai nel reparto. Amedeo: animale ferito, umiliato, in gabbia. Nonostante fosse sedato con dosi da cavallo di psicofarmaci, mi urlò contro: “Te la sei chiavata pure tu Antonella, non è vero? La guardi sempre dalla finestra, lo so. Se la scopano anche gli infermieri, perché io non posso?”

Una storia fatta di niente. Una storia gridata, svenduta. Punita. Contro tutti.

La grottesca presenza di Dio

Certe regole sono marchi a fuoco indelebili. Ma in preda ad un rigurgito di idealismo – o forse per semplice egoismo – io decisi di stare dalla parte di Antonella e Amedeo. Chiesi che non venissero separati dalla dismissione, che la burocrazia non sporcasse quello strano amore che aveva messo radici nella follia. Certe regole non si cambiano.

Al manicomio la presenza di Dio era grottesca, come i canti stonati levati al cielo durante la festa dellaMaddalena. Le monache si compravano le anime dei pazzi con i santini e qualche coroncina per il rosario. Amedeo stava sempre in prima fila durante laprocessione che sembrava la parata di un “grande circo invalido”.

E se era tutto un grande circo allora perché non rappresentarlo?

Quel laboratorio teatrale con i matti

Per questo feci venire la compagnia teatrale genovese di Filippo Ferretti. Gli attori alloggiarono in un reparto dell’ospedale psichiatrico, iniziano un laboratorio con i matti.

Lezioni di mimo: Bobò che non sapeva parlare, riusciva a spiegarsi meglio di chiunque. Sulla musica seguiva un ritmo tutto suo, una danza tribale che nasceva da dentro.

Filippo e Bobò non avevano bisogno di parole. L’omino del manicomio si travestiva da attore (o viceversa?) e, la sera prima del suo debutto, gracchiò con tutto il fiato che aveva in corpo perché gli volevano fare il bagno. Una matrioska vestita di stracci. Magliette, camicie, maglioni,corazza da pachiderma contro il freddo e le ferite. Bobò partì con Filippo.Finita la tournée, però, quel matto di un attore decise di sfidare le ferree logiche manicomiali.

Voleva adottare quell’uomo di vent’anni più vecchio che dormiva con le scarpe e con le croste di sporcizia sedimentate da anni.

A rinchiuderlo erano stati i genitori

I colloqui tra Filippo e la sorella di Bobò erano surreali. Lei non riusciva a capire bene che cazzo diceva quel “forestiero” che, si sfogò con me, le pareva pure “nu poco ricchione” e, soprattutto, non capiva come mai volesse prendere con sé quel fratello disgraziato,parcheggiato all’ospedale psichiatrico anche per proteggerlo dal mondo.

Alla fine, però, decise di affidarglielo come gesto d’amore in extremis, come riscatto dovuto.

Meglio tardi. Per Bobò, a sessant’anni, dopo un inchino e uno sberleffo, il sipario sul manicomio si chiuse per sempre. Antonella e Amedeo rimasero un po’ più soli.

Il processo di dismissione iniziò per davvero.

I degenti vennero suddivisi secondo i loro luoghi d’origine. Quelli che stavano sopra di me non vollero tener contodei rapporti cementati negli anni di comune prigionia che valgono più diannacquati legami di sangue. Una prigionia che spesso diventava volontaria perchi fuori non aveva più niente e nessuno.

Antonella me lo spiegava così: “Quando esco con l’infermiera per andare a ritirare la pensione alla Posta mi metto le mani davanti agli occhi per non vedere le strade, la gente, i negozi… così quando torno qua non sto male”.

Ciccio non ne volle sapere. Si barricò nel reparto dove, da anni, viveva rintanato con i suoi cani randagi e centinaia di bottiglie vuote. I carabinieri fecero la loro parte, intervennero per pura formalità. Dalle finestre della casa dei fantasmi piovvero cocci, sassi, mattoni.

Potevo scegliere? Forse. Al posto mio lo avrebbe fatto comunque un altro.

Che cazzo ci faccio qui? Adesso conto fino a un minuto. Se non arriva giuro che me ne vado. Uno, due, tre, quattro…eccolo. Che ti ridi stronzo? Qui passiamo un guaio. Ti ha visto qualcuno? Che razza di domande faccio, come se ormai cambiasse qualcosa. Sali, e fai presto, sì… ti porto da lei.

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