L’attrice Yuliya Mayarchuck ricorda i giorni di Cernobyl

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Yuliya Mayarchuck la conosciamo tutti. Oltre a essere una bellissima e bravissima attrice (Il Commissario Montalbano, La porta rossa, Go Go Tales, Ris, Incantesimo, La squadra, Il maresciallo Rocca e tanto altro), con cui ho avuto l’onore di lavorare in più di un’ occasione, è una persona con cui è piacevole parlare di tutto, magari davanti a un calice di vino, di cui è una grande intenditrice. Ucraina di nascita, da circa venti anni è stata “adottata” dalla città di Napoli, dove ora lavora a teatro e vive con la sua famiglia. A luglio la rivedremo inoltre al cinema, con il film di commedia “Passpartù – Operazione doppiozero” per la regia di Lucio Bastolla.

Essere attori cinematografici vuol dire anche e soprattutto essere cinefili, per questo quando ho recensito la serie “Chernobyl” ho pensato che fosse giusto approfondire l’argomento con chi viveva in Ucraina negli anni ’80.

Ringrazio quindi Yuliya per avermi concesso qualche minuto del suo tempo nel ricordo di quei tragici giorni.

Cosa significava essere bambini nella RSS Ucraina nel 1986?

All’epoca ero una bambina molto felice. I bambini sovietici erano felici, si giocava tutti insieme nel cortile; c’era un grande senso di sicurezza e soprattutto di fratellanza e di aiuto e di sensibilità verso il prossimo. Per esempio, se si vedeva una persona anziana che attraversava la strada, ci si fermava ad aiutarla. Oppure se si viaggiava su un mezzo pubblico, non poteva mai accadere che bambini piccoli o donne con i bambini, persone anziane o con problemi stessero in piedi: tutti quanti si alzavano e davano la precedenza a queste persone.
C’era un grande senso di collaborazione, di serenità, di rispetto. Era una cosa molto bella.
Io all’epoca ero una piccola піонер (pioniera), o “piccola comunista” e i gradi superiori si conquistavano con il comportamento, i voti. Già dalla scuola si conquistava una posizione sociale e ciò era molto gratificante e importante. Ti faceva sentire parte della società e una persona meritevole e attenta verso il prossimo. Quindi anche per questo, quello fu per me un periodo assolutamente felice.

Quando ci fu il disastro di Cernobyl avevi compiuto 9 anni da meno di una settimana. Che ricordi hai di quei giorni? Eri nella tua città natale, Mykolaïv, o altrove?

Stranamente mi ricordo benissimo la giornata di quando successe la tragedia di Cernobyl (26 aprile 1986 n.d.r.), perché ero in viaggio con la mia mamma a Kiev, che non è distante da Cernobyl, per il suo lavoro. Era una giornata molto calda. Eravamo nella metropolitana e io mi sono persa; lo ricordo perché fu un momento che vissi con grande ansia, almeno per un paio d’ore e mi rivolsi ad una poliziotta che mi aiutò a ritrovare mia madre. Di conseguenza quella giornata me la ricordo bene proprio per questo episodio che è accaduto. Poi si è cominciato a parlare alla radio di questa esplosione, però in una maniera molto tranquilla, blanda, senza nessun allarmismo. Nessuno diede la giusta importanza a quello che era realmente successo.

Cosa è successo poi nei mesi seguenti?

Nei mesi seguenti si è cominciato a parlare di più, specie delle conseguenze. Cominciavano ad ad accadere delle cose: per esempio quando pioveva, molte persone cominciavano a perdere i capelli. E questo ha cominciato a creare allarmismo tra il popolo. Solo dopo un paio di mesi, che cominciavano a susseguirsi questi accadimenti, si cominciava a percepire che fosse successo qualcosa di grave. Io personalmente, almeno all’epoca, non avevo la sensazione che fosse talmente grave la situazione, però nell’aria si sentiva che la cosa era rilevante a causa di queste conseguenze.

Si dice che almeno ogni famiglia in Ucraina e in Bielorussia ha almeno un familiare o un amico che lavorò come “liquidatore”  a Cernobyl e a Pripjat’ negli anni successivi al disastro. Ne hai mai conosciuto qualcuno?

Nella mia famiglia per fortuna no, almeno questo è quello che ricordo. Ma c’era un mio cugino più grande, che all’epoca aveva circa 20 anni, a cui venne proposto di andare a lavorare come liquidatore dopo la catastrofe. Lui era molto tentato perché dal governo venivano offerti salari altissimi. Si stava preparando a partire, ma la famiglia alla fine lo ha convinto a non prendere questa decisione, perché finalmente si cominciò a comprendere che era una cosa troppo rischiosa per la salute. Mi ricordo che si parlò molto di questa cosa, ma poi per sua fortuna la cosa non andò in porto. 

Eri una bambina e oggi sei madre di due bambine e sei anche un personaggio pubblico che sostiene il vivere sano e l’ambiente. Qual è il messaggio che darai loro?

Sono una persona adulta e consapevole di quello che accade intorno a me. Sono molto attenta verso la natura, infatti abbiamo un orto biologico nel quale coltiviamo ciò che mangiamo; ci sono poi le galline che ci danno le uova. Anche per i frutti degli alberi non usiamo nessun pesticida. Cerchiamo di vivere il nostro ambiente con grande amore e attenzione. Ovviamente sono cose che trasmetto alle mie figlie, come poi la raccolta differenziata: mi arrabbio sempre quando vedo qualcosa messa dove non dovrebbe andare. Sono piccoli gesti che aiutano a costruire un grande senso di civiltà e che aiutano tutti noi a comprendere meglio tutto ciò che ci circonda. Quello che diamo, noi avremo; e soprattutto lo avranno i nostri figli e nipoti. Io ringrazio il Signore che il disastro di Cernobyl non ha lasciato tracce su di me, né sulla mia famiglia.

Tra l’altro in passato mi è capitato di fare un film che si chiama “In nome di Maria” (regia di Franco Diaferia, 2007 n.d.r.), un film che parlava di una bambina ucraina che è stata adottata da una famiglia italiana. Nel film si parlava anche delle conseguenze di Cernobyl e ricordo che abbiamo girato per un paio di giorni in un ospedale di Kiev dove c’erano bambini malati nel reparto di oncologia e quasi tutti provenivano dalle zone vicine a  Cernobyl. Sono cose che ci fanno pensare e riflettere tanto.

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